Digiunare oggi: come e perchè

Sandro Spinsanti

Digiunare oggi: come e perché

in Servizio della Parola

n. 166, marzo 1985, pp. 33-36

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DIGIUNARE OGGI: COME E PERCHÉ

La diffusione del digiuno è una moda paradossale, che sorge proprio dall’interno della più sfrenata società dei consumi. Nelle librerie è disponibile una serie nutrita di pubblicazioni che reclamizzano i benefici del digiuno, motivano alla pratica di esso elencando le ragioni per digiunare e si prodigano in consigli pratici su come riuscire ad astenersi dal cibo anche per un periodo di tempo prolungato. Per coloro che non riescono a digiunare da autodidatti, viene in soccorso l’aiuto fornito da corsi appositamente organizzati, nei quali si impara a digiunare (pagando profumatamente, s’intende!) sotto la guida di esperti. In Germania la moda del digiuno è una pratica «alternativa», specialmente diffusa tra i giovani. Pare che la «settimana di digiuno» programmata da un’emittente televisiva tedesca sia stata seguita da mezzo milione di persone.

Analizzando il fenomeno col sussidio delle scienze antropologiche ci rendiamo conto che il digiuno moderno ha spezzato il filo che lo collegava alle pratiche ascetiche tradizionali. In tutte le religioni, in ogni epoca, sotto tutte le latitudini, si è molto digiunato. Il digiuno fa parte di quell’insieme di osservanze ascetiche — tra cui l’astinenza dalla carne, la continenza sessuale, la mortificazione della volontà e delle reazioni emotive naturali — con cui il fedele controlla l’azione ostacolante del corpo nella vita spirituale. Nel monachesimo, durante i primi secoli dell’esperienza cristiana, il digiuno era una delle pratiche più vistose. Le vite dei padri del deserto sono costellate di racconti, che talvolta sfidano la credibilità, di austere restrizioni volontarie nel cibo. A saper leggere dietro le stravaganze (come il racconto del monaco che diventa indemoniato per aver mangiato golosamente un cespo d’insalata, nel quale si era nascosto il diavolo...), il significato è trasparente: il cibo è nemico del monaco, in quanto ritarda il cammino di purificazione che lo conduce dalla carnalità a un piano di esistenza superiore. Il digiuno è dunque un modo sia di sfuggire alla potenza dei demoni, sia di prepararsi all’incontro con la divinità.

Gli esperti di storia delle idee individuano sullo sfondo di questa e di altre pratiche ascetiche il dualismo platonico, entrato abbastanza precocemente nel cristianesimo. La realizzazione spirituale è intesa come un distacco dell'anima dalla prigione del corpo, in un progetto generale di disimpegno dal mondo dei sensi. Quando il cristianesimo eredita l’orientamento dualistico, la salvezza viene subordinata al ripudio del corpo.

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Un altro tipo il digiuno che troviamo nell’esperienza religiosa è quello con finalità non ascetiche, bensì estatiche. Si sottopone il corpo alle più dure privazioni per provocare positivamente una specie di «uscita da se stesso». È noto, per esempio, che nelle culture indiane dell’America settentrionale l’adolescente nel corso dell’iniziazione si ritirava a digiunare a lungo in luoghi solitari per realizzare, al culmine dell’esperienza, il sogno o la visione che gli indicavano il suo destino. Il digiuno di Gesù nel deserto, prima dell’inizio della sua attività messianica (Mc 1,12 ss.), appare più affine a questo tipo di digiuno iniziatico che al digiuno dei monaci.

Il digiuno a finalità estatiche può ricorrere anche al di fuori di un quadro di riferimento religioso. Lo ha intuito la scrittrice Marguerite Yourcenar, quando fa dire all’imperatore Adriano, reso emblema della saggezza pagana, che il digiuno prolungato conduce a «quegli stati prossimi alla vertigine, durante i quali il corpo, in parte libero dal suo peso, entra in un mondo che non è fatto per lui, che gli offre in anticipo un’immagine della gelida levità della morte». La morte per inedia può rappresentare una specie di orgia alla rovescia, in cui la sostanza vitale, invece di essere esaltata, si esaurisce. È un’esperienza non priva di un certo fascino morboso. Per gli psichiatri ha un nome preciso: si chiama «anoressia mentale», e miete numerose vittime, specie tra le adolescenti.

Nella pratica del digiuno che si va oggi diffondendo non si ritrovano, a prima vista, le tracce di una mentalità religiosa. L’astensione dai cibi non viene proposta né in nome di un'ascesi che castiga il corpo, né per raggiungere esperienze mistiche. Il digiuno è promosso in nome di un utilitarismo più basso, centrato sulla promozione del corpo. A un esame più accurato, tuttavia, ci si sente autorizzati a scorgervi dei residui di una religiosità naturalistica. Sfogliando i manuali che insegnano a digiunare e le altre pubblicazioni divulgative sull’argomento, troviamo che la finalità più celebrata è quella di tornare, mediante il digiuno, a un armonioso rapporto con la natura. Gli argomenti possono sembrare ingenui: si rimanda all’esempio degli animali, che digiunano per settimane e mesi in determinati periodi dell’anno; ai digiuni spontanei che osservano i bambini quando sono malati... In breve, si tratta di ritrovare i ritmi della natura, che comprendono tanto il nutrimento, quanto l’astensione da esso. Non manca neppure una certa «demonizzazione» del cibo, presentato come un pericolo costante per l’organismo. Ciò che si nasconde nell’insalata non è più il diavolo, ma l’inquinamento. L’intossicazione è generale: insieme al cibo noi ingeriamo «veleni». Il digiuno diventa allora il mezzo

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per liberarsi di rifiuti, scorie, impurità. Pur cambiando significato, la dialettica tra puro e impuro rimane quella di sempre.

Può capitare anche che il digiuno sia raccomandato con toni miracolistici per curare malattie nei confronti delle quali la medicina tradizionale è inefficace. Viene detto «una potente operazione senza bisturi», che in modo sapiente e indolore elimina gli elementi dannosi e conserva ciò che è utile all’organismo. Ad ascoltare i suoi paladini, sarebbe l’ultima arma contro certe malattie incurabili, come alcune forme di cancro.

Un ulteriore tratto che colora di nostalgia di religiosità la nuova pratica del digiuno è l’atmosfera generale che viene raccomandata. Il digiuno non riguarda solo il corpo, ma tutto l’uomo: ogni cellula del suo corpo, ma anche la sua psiche e il suo spirito. Deve diventare perciò un tempo di raccoglimento, preceduto da un netto distacco dal ritmo della vita normale. Lasciati gli impegni professionali, staccato il telefono, elevata una barriera contro la marea degli stimoli dall’esterno, il digiunante si dispone a incontrare se stesso. Il digiuno può diventare così anche una profonda esperienza interiore. L’esercizio fisico è quindi finalizzato a un perfezionamento umano di carattere etico.

Mentre la cultura secolare si accinge a riscoprire, non senza qualche esagerazione, il valore del digiuno, che ne è del tradizionale digiuno cristiano? Dobbiamo registrare il crollo, che sembra irrimediabile, di una pratica che pur è stata difesa accanitamente, almeno nella chiesa cattolica. I protestanti, invece, hanno ben presto lasciato cadere il digiuno, insieme ad altre opere di penitenza e di ascesi imposte dall’autorità ecclesiastica, vedendovi una minaccia alla purezza della dottrina della giustificazione per fede. Eppure la pratica del digiuno aveva radici profonde nella tradizione cristiana, ancor prima del monachesimo. Nella chiesa primitiva si registra l’abitudine di digiunare, specialmente prima di prendere delle decisioni importanti. Come atto di pietà collettivo era noto anche al popolo d’Israele: nelle ore critiche della sua storia il popolo intero esprimeva col digiuno la sua attesa del soccorso divino. Unito al comportamento degli afflitti ― vestirsi di sacco e cilicio, cospargersi il capo di cenere, stracciarsi le vesti — il digiuno è anche espressione di un profondo pentimento. Ora può anche essere un modo con cui si crede far pressione su Dio, una specie di mendicità servile che esprime una concezione utilitaristica della religione. Isaia e Geremia, come tutti i grandi profeti, hanno tuonato contro il digiuno ricattatorio (cfr. Ger 14,12).

Al tempo di Gesù la pratica era molto diffusa tra i devoti: i farisei

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digiunavano due volte la settimana; digiunavano anche i discepoli di Giovanni Battista. Riprendendo le parole dei profeti, Gesù ha condannato il digiuno ipocrita, senza conversione del cuore e senza misericordia, quasi un emblema di quel comportamento che sarà chiamato, a torto o a ragione, «fariseismo». Tuttavia Gesù non era pregiudizialmente contro il digiuno. Lo ha anche osservato personalmente. Semmai raccomandava ai discepoli di non esibire i loro digiuni, ma di lavarsi e di profumarsi il capo quando digiunavano (Mt 6,16-18).

Il digiuno non si è radicato nella comunità dei discepoli di Gesù come una pratica da osservare regolarmente. La ragione che ne dà Gesù stesso è rapportata al momento particolare della storia della salvezza che si stava svolgendo: lo «sposo» è là, e i suoi amici non possono digiunare (Mt 2,18-20)! Il riferimento alla gioia dell’«euangelion» è stato sempre presente al digiuno dei primi cristiani. Così il digiuno pasquale era originariamente finalizzato all’eucarestia dell’alba della domenica: ci si asteneva dal cibo per uno o due giorni, al fine di sottolineare la gioia del pasto fraterno col Risorto. Questo è per i cristiani il filo da non perdere, se vogliono qualificare in modo specifico il loro digiuno. Anche oggi, quando la ricerca del benessere porta, in modo del tutto paradossale e inatteso, a riscoprire il digiuno, il loro compito essenziale rimane quello di annunciare la gioia a un mondo che acquista sempre più un aspetto funereo.