È lui

Book Cover: È lui

Antonella Ayroldi

È lui

Edizioni Grifo, Lecce 2016

pp. 83-86

83

POSTFAZIONE

Di fronte o di profilo: come preferisci guardarla? Sì, lei, la morte! O piuttosto la mortalità, la condizione che abbiamo in comune con ogni essere vivente. Guardare in faccia, dunque, il nostro destino mortale: in tanti hanno cercato di inculcarci questo atteggiamento. La filosofia lo ha presentato come un concentrato di saggezza (quante volte abbiamo sgranato, come un rosario, le parole di Montaigne, per il quale "filosofare è imparare a morire"); la religione, poi, ha fatto della predicazione della morte consapevole una summa di spiritualità. Sia l'una che l'altra sostanzialmente invano: la morte non si lascia guardare in faccia. La frase più ovvia: "Io morirò" è in realtà composta di due elementi ― "io" e "annullamento dell'io" ― che stanno insieme, come

84

l'acqua e l'olio, solo in emulsione: appena si smette di tenerli insieme scuotendoli, tornano a separarsi. E la morte la vediamo (sempre che decidiamo di guardarla) solo di profilo. Lo sa Antonia: per quante morti abbia già incontrato nella sua vita ― padre, madre, amici del cuore ― la propria rimane defilata, al di fuori del suo orizzonte vitale.

Ma un certo giorno "lui" irrompe all'improvviso. È il tumore; temibile in sé come ogni malattia, ma ciò che lo rende spaventoso è il suo ruolo di ambasciatore della fine. "Lui" è una specie di morte al maschile, come quella indimenticabile messa in scena da Ingmar Bergman nel film Il settimo sigillo; una morte in forma maschile, con il quale il cavaliere intraprende la drammatica partita a scacchi. Sono di fronte, "lui" e Antonia. Ma solo per poco, perché tra loro si interpone la medicina, che sbandiera la speranza di vincere la partita. Per cui la morte scivola di nuovo sullo sfondo, mostrandosi solo di profilo.

Non abbiamo parole sufficienti per lodare quanto la medicina è in grado di fare per tener lontana la nostra morte. Si sforza di ingannare se stessa ― e noi con lei, che aspiriamo con tutte le nostre forze a lasciarci ingannare ― che vincerà la partita, pur essendo consapevole che gioca con un mazzo di carte

85

truccate: alla fine in ogni caso vincerà la morte. La medicina ce l'ha messa proprio tutta per interporsi tra noi e la nostra condizione di mortalità. Basti pensare che fino a un passato molto recente se una grave malattia minacciava la vita di una persona, i medici si sentivano dispensati dall'informarla. Il dovere del medico era quello di fornire una morte felice, e questa era identificata con una fine inconsapevole. I medici non percepivano di violare nessuna regola etica se mentivano al malato. "Mentire al paziente è la parte più difficile e più nobile della nostra professione": è la dichiarazione che Arthur Schnitzler nel dramma Il Professor Bernhardi mette in bocca al medico che si oppone a chi vorrebbe comunicare a una giovane donna che sta morendo.

Oggi le regole sono cambiate. Non solo la bugia pietosa non è più concessa, ma si chiede a chi esercita la cura di garantire un'informazione corretta e onesta. La quale, anche in casi di prognosi grave o infausta, non deve "escludere elementi di speranza", precisa il Codice deontologico dei medici (2014). E dunque di presentare la morte di profilo. O di scotomizzarla del tutto, se qualcuno preferisce eliminare dalla propria visuale questa scomoda compagna.

Dunque "lui" si è affacciato invano nella vita di Antonia? No: perché lei ha imparato l'arte della narrazione.

86

Che va oltre la capacità di raccontare la sua odissea di malata, come fa in questo libro. Ha imparato a conversare con i suoi familiari ― indimenticabile l'intimità intorno alla tavola la sera prima dell'intervento ― e con gli amici. Una conversazione che ha dato profondità alla vita quotidiana, conferendo a ogni evento un peso specifico diverso.

E la conversazione con i curanti? Beh, c'è ancora molto lavoro da fare. Alcuni sanno e praticano una cura che non si occupa solo di organi da far funzionare. Come quell'infermiera nera di pelle ma candida di cuore. Altri, a colori inversi, sono invece lontani da quel modello. Ma rimane la nostra speranza: che la medicina diventi il luogo dove possa prendere forma, in modo eccellente, una nuova civiltà della conversazione.