Gesù psicoterapeuta

Hanna Wolff

Gesù psicoterapeuta

L'atteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini come modello della moderna psicoterapia

Queriniana, Brescia 1982

pp. 7-11

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PRESENTAZIONE

Per la psicoterapia sono gli anni del boom. L’osservatore dei fenomeni sociali è impressionato dalla sua espansione quantitativa e dall’aumento del numero degli utenti. Con interesse ancor maggiore rileva l’emergere di una ‘cultura psicoterapeutica’, integrata compattamente alla vita quotidiana dell’uomo metropolitano. Lo scenario originario, che era quello dell’intervento di un professionista sanitario per lenire il dolore psichico, è cambiato. Ora alla psicoterapia non si domanda più solamente di subentrare quando si inceppa il funzionamento ‘normale’ della persona. Ad essa si ricorre per ottenere un allargamento dell’area dell’esperienza — corporea, sensoriale, emotiva —, un potenziamento delle capacità espressive, il decollo della creatività, il rafforzamento della propria identità e del proprio valore. La psicoterapia insegna a risolvere i conflitti interpersonali, a sciogliere i drammi della vita di coppia, ad allacciare rapporti costruttivi. È diventata ormai una parte costitutiva della nostra cultura, ove svolge il ruolo socializzante che in passato era riservato alla famiglia, alle istituzioni educative, alla religione. Per quanto se ne deplorino gli abusi, si ironizzi o ci si indigni sulle mistificazioni, non si può negare il ruolo che ormai svolge nella nostra vita. La cultura del cambiamento ha trovato nella psicoterapia il suo strumento privilegiato, che ha provveduto a dotare di un’aureola di onnipotenza.

Può veramente la psicoterapia guarire il malessere della nostra civiltà, o si tratta solo di un cerotto sulla ferita? Anche la critica alla psicoterapia in nome del cambiamento politico delle strutture non può più procedere grossolanamente

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come in passato. Ci rendiamo conto che la psicoterapia non è necessariamente a servizio della repressione. Essa ha piuttosto un potenziale critico che, favorendo la liberazione delle emozioni e della fantasia, apre a un pensare, progettare, agire alternativi. La fantasia liberata si coniuga con l’agire politico.

Un indizio del posto che ha assunto la psicoterapia nel nostro sistema di vita lo troviamo nell’evoluzione del rapporto con la religione. Non lo si può negare: le istituzioni religiose non hanno favorito il diffondersi della psicoterapia. A lungo l’hanno guardata con diffidenza. Reazione perfettamente comprensibile, quando si consideri che tradizionalmente coloro che, spinti dal malessere interno, desideravano cambiare i loro sentimenti o il modo di vivere e di pensare, ricorrevano per lo più a un’esperienza religiosa. Il cambiamento veniva interpretato come una modificazione del rapporto con la divinità; al sacerdote era riservato un ruolo di intermediario in questo processo. Quando sono sorti dei professionisti con la competenza specifica di indurre modificazioni nella personalità, in ambito religioso la reazione è stata per lo più di chiusura. Il rapporto tra le due agenzie di cambiamento è stato visto in termini di concorrenza. I dibattiti prendevano la via del confronto valutativo (del tipo: «è meglio il confessore o lo psicoanalista?»). Dall’apologetica si è passati in seguito alla strumentalizzazione. È quanto avviene prevalentemente oggigiorno. La pastorale tende a far l’occhiolino alla psicoterapia, ad adottarne le tecniche; ne assimila i metodi per servirsene come sussidio per la predicazione, per la conduzione dei gruppi, per il counseling.

La strumentalizzazione può avvenire anche dal versante opposto. In questo caso è lo psicologo che annette la religione al suo impero. L’esempio più lampante è quello di Wilhelm Reich, che con L’assassinio di Cristo ha creduto di ritrovare in Gesù il modello antropologico che egli stesso perseguiva. Secondo la sua tesi, se la religione cristiana si fosse sviluppata secondo la vera natura biologica di Gesù e secondo il suo insegnamento, avrebbe condotto direttamente al punto a cui tende la conoscenza della ‘bioenergetica orgonomica’ di Reich!

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Dopo il tempo delle condanne e dell’ignoranza reciproca, dopo le utilizzazioni strumentali di ogni segno, sembra legittimo salutare oggi l’inizio di una impostazione corretta dei rapporti tra psicologia e teologia, tra il cambiamento in nome dello Spirito e quello promosso a partire dalle esigenze della psiche. Hanna Wolff può a giusto titolo esser citata come un’espressione della nuova tendenza. È ben attenta a non cadere in nessuna forma di riduzionismo. Niente è più lontano dalle sue intenzioni che presentare un Gesù ‘junghiano’. Lo ha dimostrato nella sua opera precedente, Gesù, la maschilità esemplare, dove ha anche trattato per esteso gli assunti metodologici per un corretto dialogo tra teologia e psicologia. Per non fare di Gesù lo schermo di proiezione dei propri modelli antropologici, non c’è che una strada praticabile: prendere sul serio la documentazione storica su Gesù, leggendo i vangeli con l’occhio critico dell’esegeta. Pur essendo analista junghiana, la Wolff, che ha ricevuto anche una solida formazione teologica, non esita a criticare lo stesso Jung per le sue carenze dal punto di vista biblico. Jung non si è posto la questione di Gesù come persona storica, ma si è riferito a lui semplicemente come a un ‘archetipo’; cita le parole della Scrittura acriticamente e non si è informato sulla moderna scienza neotestamentaria. Hanna Wolff dimostra, sulla base di dati storici ed esegetici, che in Gesù non incontriamo solo un archetipo di quell’integrazione che costituisce la meta della psicoterapia analitica: egli è stato storicamente un uomo integrato.

Sviluppando ulteriormente il suo approccio della persona di Gesù, in questo volume la Wolff considera Gesù in azione, nei suoi rapporti interpersonali. Intuisce un’analogia tra l’azione di guarire/salvare svolta da Gesù e il lavoro professionale dello psicoterapeuta. Anche qui è ben attenta a non fare cortocircuiti apologetici. Non vuol secolarizzare il vangelo, togliendo a Gesù la sua aureola messianica per rivestirlo di panni psicoterapeutici. Né offre combustibile al sacro fuoco carismatico che agita tanti terapeuti, fornendo loro l’identificazione con un modello profetico. Tra guarigione psichica e salvezza esiste un’analogia strutturale, che però salvaguarda la specificità dei due processi. L’autorealizzazione

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umana che si può ottenere mediante la psicoterapia non va confusa con la conversione predicata da Gesù. Ogni cambiamento che avvenga in profondità è sintomo di conversione. Tuttavia nessuno può sapere se è convertito, anche se ha raggiunto un benessere psicologico. Alla certezza della conversione ci si può avvicinare solo con un’opera di discernimento critico mediante una lettura dei suoi segni, tra cui spiccano i «frutti dello Spirito»: amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé (cfr. Gal. 5,22).

Si apre dunque un’epoca irenica nei rapporti tra psicologia e religione? Rispetto e dialogo tra i due approcci del problema umano del cambiamento non significa, fortunatamente, un grigio appiattimento senza vigilanza critica. Se l’umanizzazione dell’uomo è il fine comune tanto della psicoterapia quanto del cristianesimo, il rapporto tra i diversi modelli antropologici è tutt’altro che pacifico. La polemica inizia già nell’ambito delle diverse psicoterapie, come dimostrano le frecciate che la Wolff, cultrice di un’analisi che privilegia la comunicazione con l’inconscio, lancia all’indirizzo delle ‘autopsicoterapie’ che si svolgono a livello dell’io. La divergenza è ancora più grande tra chi ammette e chi nega l’apertura al trascendente come dimensione di un’autentica esistenza umana. La critica rispettiva è feconda. Non mancano teologi che denunciano nelle terapie autorealizzative un’espressione moderna e raffinata di idolatria. Alcune psicoterapie suscitano riserve per la sottovalutazione della presenza del male nella vita dell’uomo, per l’inclinazione all’edonismo, per l’obnubilazione pratica delle esigenze morali. Anche coloro che guardano all’uomo da un’angolatura diversa da quella dell’interpellazione che proviene dal Dio biblico si dicono preoccupati per la nuova ondata di narcisismo promossa da molti indirizzi psicoterapeutici. D’altra parte, è bene che la religione non trascuri le verità scomode che provengono dalla psicologia circa il rischio della vita religiosa di alimentare nevrosi, quando stacca l’uomo dalla fonte sana della sua naturalità. La psicoterapia può aiutare a liberarsi da concezioni patologiche della religione. L’interesse appassionato per il verum è indispensabile a coloro che dedicano la vita a promuovere

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il bonum, vale a dire la salute/felicità/salvezza dell’uomo.