Incontro con Warren Reich

Sandro Spinsanti

Incontro con Warren Reich

in L'Arco di Giano, n. 7, 1995, pp. 215-225

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L’attualità dei maestri

La rubrica è dedicata a mettere in evidenza la personalità di studiosi che con la loro opera hanno contribuito ad ampliare l’orizzonte delle medical humanities.

INCONTRO CON WARREN REICH

Quando Warren Reich faceva i suoi studi universitari, la parola bioetica non esisteva nei libri sui quali si andava formando. Aveva scelto la teologia e seguito il percorso eccellente riservato ai teologi destinati all’insegnamento: formazione di base negli Stati Uniti e perfezionamento in Europa, con dottorato all’università Gregoriana di Roma e ulteriori studi post-lauream a Würzburg, in Germania. Rientrato in America, aveva cominciato a insegnare teologia morale nell’università Cattolica d’America a Washington. La crisi istituzionale scoppiata tra i teologi di quell’università a seguito dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, nel 1968, sconvolse i piani di vita di Warren Reich. Insieme ad altri “contestatori” della linea ortodossa fu messo alla porta dall’università. Tagliati gli ormeggi che lo tenevano legato all’istituzione ecclesiastica, iniziava la navigazione solitaria che doveva farlo approdare alla bioetica.

Il primo porto di attracco è stato, nel 1971, il Kennedy Institute di Washington. In netto contrasto con la predilezione degli americani per la mobilità, Reich è restato per il successivo quarto di secolo stabilmente sulla collina di Georgetown. Ha occupato cariche diverse nell’ambito del Kennedy Institute e della scuola di medicina. Ma soprattutto ha lavorato all’opera a cui è legato il suo nome: la Encyclopedia of Bioethics. Uscita nel 1978, dopo sei anni di faticosa gestazione, si è imposta ben presto come il riferimento standard del nuovo ambito disciplinare. Quattro volumi di grande formato, con più di 1900 pagine in totale, raccoglievano 315 articoli con contributi di 285 autori e il lavoro di 500 persone, tra consulenti e revisori, di ogni parte del mondo. Dell’Enciclopedia Warren Reich è stato l’audace architetto e l’umile manovale, ne ha disegnato la struttura e ha assicurato con lavoro instancabile il collegamento tra tutti i collaboratori. Il successo dell’Enciclopedia è stato ufficialmente consacrato dalla Darthmouth

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Medal concessa nel 1979 dall’American Library Associaton per la qualità come opera di riferimento.

Il confronto con Warren Reich sul suo apporto alla bioetica, e più generalmente sul ruolo da lui svolto nella diffusione delle medicai humanities, non può che prendere le mosse proprio dall’Enciclopedia.

Come è nata l’idea di una Enciclopedia dedicata alla bioetica, in un ’epoca in cui la disciplina non aveva ancora la popolarità che le ha arriso in seguito ?

W.R. Quando, a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, sono giunto al Kennedy Institute, ho trovato una situazione particolarmente favorevole. All’esterno bolliva nella società un interesse nuovo per i problemi della salute e delle scienze della vita. Il dibattito sul controllo volontario della fertilità umana ― la problematica coagulatasi intorno alla Humane vitae ― non riguardava solo i cattolici, ma la società intera. Ben presto salirono alla ribalta temi ancor più scottanti, come la nuova genetica, con le sue possibilità di manipolare l’essere umano, e i progressi inauditi realizzati dalla medicina alleata alla tecnologia: i primi trapianti di cuore, l’introduzione della dialisi renale e la capacità di prolungare la vita grazie alla respirazione artificiale. Questi sviluppi stimolarono la rinascita della tradizionale etica medica e simultaneamente promossero uno scambio, che non aveva precedenti, tra teologia, filosofia, diritto e altre discipline dell’ambito umanistico. Parallelamente si stava diffondendo nella società americana un clamore scandalistico suscitato da alcuni casi di ricerche biomediche condotte senza consenso dei partecipanti, nelle quali era stata messa a rischio la loro vita e la loro salute. Era l’età dell’appassionata difesa dei diritti civili. La ricerca e la pratica della medicina diventavano la nuova frontiera della difesa della dignità dell’uomo. Questo è stato il terreno di coltura della bioetica.

All’interno del Kennedy Institute ho trovato una “massa critica” di pensatori abituati a scambiare idee e a lavorare in équipe. E soprattutto pronti a scommettere sul nuovo. La creazione dell’Enciclopedia è stata un’impresa ad alto rischio. Questa è, a mia conoscenza, la prima enciclopedia che sia stata creata non per raccogliere un sapere stabilito, ma per fondarlo. Non solo agli inizi degli anni Settanta non era costituita la disciplina, ma il nome stesso era un neologismo di cui non si poteva prevedere l’avvenire. Per mantenerci alle date: il termine bioetica, coniato dall’oncologo Van Rensselaer Potter, è apparso nel 1971; già nel 1972 iniziava la progettazione dell’Enciclopedia. Per un certo

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tempo abbiamo esitato se chiamarla di bioetica o di etica medica. Poi prevalse il neologismo, che permetteva di introdurci in un nuovo territorio, caratterizzato dal’interdisciplinarità. Soprattutto abbiamo intuito che la bioetica avrebbe liberato l’etica, nella mente del vasto pubblico così come in quella degli studiosi, dalle connotazioni che la collegavano al mondo della religione. Essa avrebbe reso possibile un dialogo, sul terreno secolare, tra la scienza, la medicina, la filosofia morale, la religione e le altre discipline afferenti alle humanities.

Una misura del successo dell’Enciclopedia è stata il fatto di essere, dopo un decennio, non più rispondente ai bisogni. Gli sviluppi nella bioetica negli anni Ottanta hanno portato al suo rapido superamento. Ancora una volta lei si è accinto al lavoro, come architetto dell’Enciclopedia. La preparazione della nuova edizione dell’Encyclopedia of Bioethics è stato un compito più facile rispetto alla prima edizione? Dopo tutto, si trattava di rifare per la seconda volta un lavoro già fatto...

W.R. È quanto credevo anch’io, all’inizio. Ma mi sbagliavo: la preparazione della nuova edizione è stata almeno altrettanto difficile quanto la prima. Certo, alcuni problemi erano risolti: il campo della bioetica in quanto disciplina era stato circoscritto, il corpo di conoscenze era organizzato ed erano stati definiti i criteri scientifici ed editoriali. Ma altri fattori hanno reso la preparazione della nuova edizione particolarmente ardua. Mi limiterò a menzionare i più rilevanti. Anzitutto l’enorme espansione della letteratura in molti argomenti. Per avere un’idea della crescita della bioetica nei pochi anni che decorrono dalla prima alla seconda edizione basta riferirsi alla biblioteca specializzata, che è anche centro di riferimento nazionale, costituita presso la Georgetown University. Comprende 16.000 volumi, 200 periodici e circa 85.000 articoli riferiti ai problemi etici delle cure sanitarie e della ricerca biomedica. Ogni anno il Kennedy Institute for Ethics pubblica un volume ― Bibliography of Bioethics ― che si avvicina al migliaio di pagine, con riferimenti bibliografici a libri, articoli di rivista, documenti legali e rapporti attinenti alla bioetica apparsi nell’anno in questione. Orientarsi in questa selva di pubblicazioni comincia a diventare un’impresa.

Un altro motivo di difficoltà è stato l’emergere nel frattempo di nuove aree problematiche. Nel 1978, quando è apparsa la prima edizione, l’Aids non aveva ancora fatto la sua apparizione sullo scenario. Ma anche l’ingegneria genetica era ancora ai suoi primi tentativi; nel

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frattempo è diventata una delle maggiori fonti di preoccupazione per l’impatto che può avere sulla vita quotidiana. Si pensi poi agli sviluppi che hanno avuto negli anni Ottanta l’ecologismo e l’etica ambientale. Dalla lotta agli sprechi in sanità alla difesa di forme di vita animale e vegetale minacciate, la questione bioetica non ha fatto che allargare i suoi confini.

Un altro fattore che ha reso difficoltoso il lavoro è stata l’accresciuta complessificazione del dibattito bioetico. Sono emerse varie scuole di pensiero; sempre più numerose e diversificate sono le teorie etiche che offrono risposte al modo in cui vengono conosciuti i valori umani e giustificazioni delle norme che dovrebbero guidare il comportamento. Sulla scena della bioetica hanno ricevuto un’attenzione crescente le teorie che mettevano in luce l’etica delle virtù, piuttosto che quella dei diritti-doveri, la prospettiva del prendersi cura, le esperienze delle donne e delle minoranze, nonché le esigenze di un discorso transculturale.

Ma le difficoltà sono fatte per essere superate. E noi l’abbiamo fatto: dal mese di febbraio 1995 la nuova Encyclopedia of Bioethics, edita come la precedente dalla Macmillan, è disponibile al pubblico. Sta a questo ora giudicare se i nostri sforzi sono stati coronati da successo.

Quali sono le novità più rilevanti nel passaggio dall’edizione del 1978 a quella attuale?

W.R. Per iniziare da quelle più vistose, l’Enciclopedia si presenta oggi in cinque volumi, invece che in quattro come la precedente. Gli articoli sono diventati 464, firmati da 437 autori. Tutti sono originali, pubblicati qui per la prima volta. Le voci della precedente edizione che sono state riprese in questa si contano sulle dita di una mano. Ci siamo resi conto, infatti, che i cambiamenti intervenuti negli anni Ottanta non riguardavano solo gli aspetti scientifici e tecnologici dell’area biomedica e il tessuto normativo che regola la pratica, ma anche il modo in cui i problemi morali sono percepiti. I principali ampliamenti della nuova edizione riguardano la rilevanza bioetica dei problemi della salute pubblica, la crescente sensibilità per le dimensioni etiche della biosfera e dell’ambiente (compreso il benessere degli animali e il rispetto degli ecosistemi), le modificazioni intervenute nel problema delle allocazioni delle risorse sanitarie (crescente invecchiamento della popolazione nei paesi ad alto sviluppo industriale, particolare vulnerabilità di alcuni gruppi di popolazione).

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Oltre a questi ampliamenti tematici, la nuova Enciclopedia registra le approfondite discussioni avvenute nell’intensa stagione culturale che abbiamo alle spalle relativamente al concetto stesso di bioetica, ai suoi contenuti e al metodo della disciplina. Tutti gli argomenti sono stati trattati tenendo nella debita considerazione gli interessi delle donne, la prospettiva della salute pubblica e l’approccio transculturale. Gli articoli prima di essere accolti nell’Enciclopedia sono passati attraverso un meticoloso processo di revisione, che ha anche verificato la rispondenza con i criteri generali stabiliti dal comitato di redazione. L’opera ha acquistato così una unitarietà che è rara nei prodotti di collaborazione.

La definizione di bioetica adottata nella edizione del 1978 ― “Studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e delle cure sanitarie, in quanto questa condotta è esaminata alla luce dei valori e dei principi morali ” — è stata ampiamente ripresa, fino a diventare una definizione standard. Nella nuova Enciclopedia è stata semplicemente riproposta o ha subito modificazioni?

W.R. La definizione che si è imposta ricalca sostanzialmente quella precedente, ma con qualche diversa accentuazione. Abbiamo definito la bioetica come «lo studio sistematico delle dimensioni morali ― inclusa la visione morale, le decisioni, la condotta, le linee guida ecc. ― delle scienze della vita e delle cure sanitarie, con l’impiego di una varietà di metodologie etiche in una impostazione interdisciplinare». Riguardo alla portata della bioetica, resta confermata la visione ampia con cui il neologismo è stato proposto, più di venti anni fa. A differenza di quanti concepiscono la bioetica in senso riduttivo ― in pratica, l’etica medica ampliata appena quanto basta per includere l’etica della ricerca biomedica ―, noi abbiamo esteso la bioetica fino a includere i problemi sociali, ambientali e globali della salute e delle scienze della vita. L’ambito della bioetica si estende perciò oltre quello dell’etica biomedica.

È vero: la crescita della bioetica in quanto disciplina è avvenuta sotto la spinta dell’interesse per i drammatici problemi posti dal progresso della medicina. La bioetica è stata perciò indotta a medicalizzarsi e a occuparsi delle tecnologie cliniche. Preferisce affrontare i problemi associati con certi trattamenti medici (per esempio, interrompere la respirazione meccanica per pazienti con patologie polmonari allo stadio terminale) e trascura i problemi morali suscitati dalle cause sociali, ambientali ed economiche delle malattie. Inoltre la prospettiva

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medicalizzata non sa vedere l’interdipendenza tra le diverse forme di vita ― umana, animale e vegetale ― e l’ampio ventaglio di responsabilità connesse con le cure sanitarie impartite agli esseri umani. L’Enciclopedia fin dalla sua prima edizione ha optato per questa concezione ampia della bioetica e ora la rinnova. Senza svalutare gli sforzi dedicati esclusivamente ai problemi biomedici, l’Enciclopedia vuol favorire il dialogo tra la bioetica di impianto medico e clinico e quella orientata all’etica della vita in senso globale. In questo campo vuole offrire sia la diversità, sia l’unità.

Nella nuova definizione di bioetica proposta dall’Enciclopedia nel 1995, pur restando invariata la portata della disciplina, si nota un cambiamento rispetto al metodo. In particolare, è stato omesso il riferimento ai “principi” ed è stata esplicitamente sottolineata l’impostazione interdisciplinare. A che cosa si deve questo spostamento d’accento?

W.R. Nella definizione che ho dato quando la neonata bioetica si affacciava sulla scena intendevo i “principi” nella accezione che è stata tradizionale per secoli in etica: i principi equivalgono alla fonte o all’origine della conoscenza e del giudizio morale, qualunque siano queste fonti. Anche in altri campi del sapere si parla correntemente di “principi” in questo senso. Non si può contare il numero di libri che si presentano mettendo i principi in bella evidenza già nel titolo, come: “principi di filosofia morale”, ma anche di anatomia, di patologia, di neurologia ecc. Nella definizione originale della bioetica mi riferivo ai principi con l’intento di aprire la disciplina ad ogni passata o futura metodologia, senza preclusioni. Ho anche aggiunto il termine “valori” per accentuare l’apertura a tutte le fonti della conoscenza morale, suggerendo che tale conoscenza può derivare da fonti che sono di fatto sperimentate come valori. Queste erano le intenzioni. Purtroppo non è andata così.

Poco dopo l’apparizione della prima edizione ha cominciato a diffondersi un diverso significato dei “principi”, proposto dal modello dell’etica applicata. In questo modello i principi, intesi come regole normative elaborate dai filosofi morali, sono semplicemente applicati ai problemi morali, qualunque questi siano. Questa concisa formulazione di una regola o norma di comportamento è utilizzata come “guida all’azione”. Negli ultimi quindici anni questo modello ha avuto un enorme successo, soprattutto negli Stati Uniti. Per molti il modello basato sui principi ha finito per identificarsi con la bioetica stessa.

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Alcuni hanno accusato la definizione originaria di aver facilitato lo sviluppo di questo determinato modo di intendere la bioetica, nei cui confronti si registra un disamore crescente. Non era questo che si proponeva la definizione data dall’Enciclopedia. Al contrario, voleva favorire lo sviluppo di una varietà di metodologie etiche. Ad ogni modo, ad evitare ogni equivoco, ora ho lasciato cadere l’accenno ai principi e ho enfatizzato il pluralismo di metodi e di discipline che costituiscono la bioetica.

In quanto cultore di bioetica, lei non si è mai identificato con la bioetica standard che ha preso il sopravvento negli Stati uniti, in particolare con la disciplina che offerisce alla filosofia analitica e si articola intorno ai principi. Quali sono i motivi delle sue riserve nei confronti di questa tendenza?

W.R. Il paradigma basato sui principi sviluppa un’etica del dovere o dell’obbligo morale. Nell’approccio all’etica basato sul dovere tutto ruota intorno alla domanda: «che cosa si deve fare?». Si passa quindi a esaminare se una particolare azione è lecita, illecita o permessa. Per esempio: è permesso al medico interrompere l’impiego di una apparecchiatura, quando si prevede che questa azione causerà o affretterà la morte del paziente?

I meriti del paradigma basato sui principi sono considerevoli. Soprattutto in una società caratterizzata dal pluralismo morale, così com’è quella americana, ma come lo sono anche inevitabilmente oggi tutte le società democratiche. In un periodo in cui stanno scomparendo le tradizioni che ci hanno dato una sicurezza condivisa di saper ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la bioetica dei principi ha mostrato che la perdita di una comune tradizione morale può essere almeno parzialmente compensata. Essa ha svolto il ruolo di lingua franca, che permette la comunicazione nella babele dei linguaggi morali.

Riconosciuti i meriti di questo modello, bisogna però denunciarne anche i limiti. La principale critica che gli rivolgo è di apparire distante dall’esperienza morale delle persone che sono gli agenti delle decisioni conflittuali che si prendono in medicina. A cominciare dai sanitari. La bioetica offre loro il linguaggio di un sistema etico che è strutturato in termini indifferenti, distaccati, finalizzati a generare regole universali, che si impongono autoritativamente a ognuno. Ma una formulazione etica di questo genere è inevitabilmente sentita dai professionisti sanitari come estranea al loro mondo morale immediato. Ciò significa fare di loro gli attori sulla scena della moralità che leggono

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un copione scritto da qualcun altro, da qualche altra parte... Un’etica che usa un linguaggio universale e impersonale è un processo intellettuale che si svolge lontano dal più profondo impegno personale e morale di chi lavora in sanità.

Inoltre il modello di bioetica basato sui principi isola un valore ― l’autonomia della persona, come fondamento di scelte fatte rispettando l’autodeterminazione ― dal contesto di tutti gli altri e stacca gli individui dal contesto morale costituito dai legami sociali e familiari. Trascura la rilevanza morale che hanno le relazioni primarie con cui ci prendiamo cura gli uni degli altri, particolarmente quelle create dall’amicizia e dalla famiglia.

L’etica dei principi, dunque, non è sbagliata e non deve essere abbandonata. Ma ha bisogno di un correttivo. Lei ha proposto a questo fine un paradigma che ha chiamato “etica esperienziale”. Quale potrebbe essere un approccio intuitivo di questo paradigma etico?

W.R. Consideriamo come cambia lo scenario se, invece di appellarci immediatamente alla prospettiva neo-kantiana dell’autonomia per discutere se esiste il dovere di salvare la vita a un neonato gravemente ritardato, prendessimo come punto di partenza le esperienze morali relative alla formazione di un legame da parte dei genitori con tali bambini. L’esperienza morale in tale approccio sarebbe molto più ricca, fatta di successi e fallimenti, di motivazioni e di condizionamenti. La “risposta” dei genitori rifletterebbe molte più cose che una buona deduzione da un concetto assunto come principio.

L’etica dei principi ci invita a domandarci qual’è il nostro dovere, avvicinandosi così per lo più a considerare l’obbligo di rispettare i diritti degli altri. L’etica esperienziale ci sollecita piuttosto a cominciare col considerare che cosa sta avvenendo intorno a noi. Ci accorgiamo allora che abbiamo bisogno di norme razionali che guidino il nostro comportamento, ma sono necessari anche coinvolgimenti affettivi. La vita si svolge entro un grande disegno che prevede il prendersi cura gli uni degli altri, valorizzando quel tipo di intimità che ha valore terapeutico, in quanto promuove lo sviluppo del benessere e della salute. Questo è il quadro generale dell’etica del prendersi cura, entro cui si possono prendere in considerazione i singoli problemi collegati con il curare. Per le due azioni l’inglese dispone di due diversi verbi: to care e to cure. Ciò facilita la comprensione dei due modi di intendere l’etica, che devono essere considerati non come contrapposti, ma come complementari.

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Anche se l’etica del prendersi cura può essere considerata come più fondamentale, un’etica dei diritti è necessaria come etica sociale minima per proteggere gli oppressi e i deboli della nostra società. A volte sono necessarie norme razionali ― come i principi di giustizia, autonomia, non maleficità ― per evitare che le persone compassionevoli e premurose siano sfruttate. Ma abbiamo bisogno anche di una prospettiva che sottolinei il prendersi cura come anima della moralità, in un approccio che attribuisce un grande valore morale ai legami che nascono dall’affetto e dal soffrire insieme all’altro.

Il grande significato che lei attribuisce alla compassione e al prendersi cura nell’ambito dell’etica medica spiega perché nella nuova edizione dell’Encyclopedia of Bioethics lei si sia riservato un’ampia trattazione della voce “care”, considerando sia la dimensione storica del prendersi cura, sia le componenti che lo rendono attuale nel pensiero contemporaneo. Si potrebbe dedurne che questo concetto sia centrale nella sua riflessione bioetica.

W.R. Effettivamente l’etica del prendersi cura è diventata sempre più la chiave di volta del mio pensiero. Terminata ora l’improba fatica della revisione dell’Enciclopedia, mi sto dedicando a una ricerca sul posto occupato dal prendersi cura nella storia delle idee dell’occidente. Sarà la prima monografia dedicata esplicitamente a questo tema.

Questa ricerca mi ha permesso di mettere a fuoco un modello di relazione medico-paziente che si demarca profondamente da quello che in questi ultimi anni, con il contributo del movimento bioetico, è diventato dominante negli Stati Uniti. Mi riferisco, in modo esemplare, a quello rappresentato da H. Tristam Engelhardt con il suo Manuale di bioetica (1991). Qui la relazione terapeutica è modellata come un contratto. Essa si fonda su una concezione pessimistica della natura umana, secondo la quale tutti sono in guerra contro tutti. Questa sarebbe la condizione naturale dell’umanità. Alla base della bioetica Engelhardt pone i forti conflitti che egli vede nella nostra società pluralistica, allo stesso modo di Hobbes. Anche nella relazione terapeutica, secondo Engelhardt, medico e paziente sono estranei e in guerra l’uno contro l’altro. Alla bioetica egli affida il compito di pervenire ad accordi liberamente adottati, che realizzeranno la comunità pacifica.

In contrasto con questo modello, che tende a prevalere soprattutto negli Stati Uniti, il mio interesse è andato sempre di più spostandosi verso un’etica della cura. In medicina l’idea fondamentale della cura assume due forme pratiche. C’è una cura intesa come aver cura di: è

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quella che possiamo chiamare l’etica dell’assistenza medica e infermieristica fornita in modo competente. E c’è una cura intesa nel senso di prendersi cura di qualcuno, nel senso di mostrare interesse personale, perfino affettivo, per il benessere di un altro. Questa seconda è l’etica dell’empatia e della compassione.

Dobbiamo registrare che nel corso dell’ultimo decennio è andata via via emergendo una vera e propria nuova era per un’etica della cura. Un apporto determinante è stato quello del pensiero femminile. Fondamentale in questo senso è stata la pubblicazione del libro di Carol Gilligan, Con voce di donna (1987). Questa etica contemporanea della cura ha un enorme potenziale, ancora ampiamente non sviluppato, per comprendere le dimensioni morali della relazione terapeutica.

Nella bioetica lei ha spesso perorato un ampliamento delle modalità espressive, senza limitarsi al discorso filosofico in senso specifico. Una sua iniziativa pionieristica è stata la fondazione di un “Seminario di bioetica narrativa”, nel quale cultori di letteratura, di filosofia e di scienze religiose, insieme a vari professionisti di professioni di aiuto, affrontano i problemi posti dall’etica della vita mediante gli strumenti della narrazione e dell’interpretazione. Che cosa si attende da questa apertura alle medical humanities?

W.R. L’uso di immagini, modelli, parabole e storie esemplari non solo fornisce una matrice esperienziale più palpabile, ma espande anche l’universo dell’etica. Ci costringe a diventare consapevoli di aspetti che altrimenti ci sarebbero sfuggiti. Inoltre rende l’obbligo morale più immediato e concreto, rispetto a quanto riesca a farlo il ragionamento discorsivo. Non voglio svalutare l’apporto della filosofia analitica alla costruzione della bioetica; ritengo tuttavia prioritario inculcare l’empatia nei professionisti della sanità. Mi limito a fare un esempio tra i tanti: piuttosto che incoraggiare gli studenti di medicina a brillanti esercizi logici nel prendere le decisioni, perché non invitarli a scrivere le storie dei pazienti dal punto di vista di questi ultimi? Questo semplice esercizio narrativo potrebbe ampliare la coscienza in un modo che nessun insegnamento formale di filosofia riesce a fare.

Questo ricorso alle medical humanities ha solo un carattere esornativo o entra sostanzialmente nell’organizzazione delle teorie etiche che danno ragione dei nostri comportamenti?

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«Io ritengo che tutti i principali approcci all’etica siano radicati, di solito implicitamente, in una narrazione fondamentale, che può essere chiamata “storia originaria”, cioè una storia che fornisce le origini o dà luogo alla teoria etica. La storia originaria, insomma, precede la teoria etica pienamente sviluppata, fornendo la prospettiva morale in cui situare il modo di interpretare una situazione umana come la relazione terapeutica. La storia originaria fornisce il germe da cui si sviluppa una compiuta teoria etica.

Per dare ragione dei due principali paradigmi interpretativi della relazione che intercorre tra medico e paziente ― quello che fonda il rapporto su un contratto e quello basato sul prendersi cura ― è importante andare a scavare sotto le teorie etiche, per mettere in luce le storie fondamentali. Come dei veri miti, sia l’una che l’altra forniscono delle descrizioni archetipiche del significato della condizione umana.

Il modello etico contrattualista-libertario ha assunto come mito originario la guerra di tutti contro tutti descritta da Hobbes nel Leviatano. Per fondare l’etica del prendersi cura io mi sono rivolto in un’altra direzione. Nel patrimonio mitologico classico ho individuato il mito greco di Cura, riportato in un libro latino di fiabe raccolte da Igino, uno scrittore vissuto nel II secolo d.C. In questo mito è Cura, un personaggio femminile, che modella l’uomo del fango e lo sostiene per tutto il corso della sua vita. In contrasto con l’immagine degli umani perennemente in guerra del racconto di Hobbes, questo mito ci dice che ognuno di noi è figlio della Cura: questa è la nostra identità fondamentale. Nello scegliere fra un’etica del contratto e un’etica della cura, si sceglie, almeno implicitamente, quale mito dovrebbe guidarci.

Riferimenti bibliografici

Engelhardt H.T., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano, 1991.

Gilligan C., Con voce di donna, Feltrinelli, Milano, 1987.

Reich W. (a cura di), Encyclopedia of Bioethics, The Free Press, New York, 1978 e 1995.