Le professioni della salute si incontrano

Book Cover: Le professioni della salute si incontrano
Parte di Rapporto professionista-malato series:

S. Spinsanti - A. Malliani - C. Brutti - L. Boggio Gilot - B. Giordani - M.C. Koch Candela - L. Bovo - M.C. Picciotti - C. Pontalti - R. Menarini - D. Franzoni - N. Borri

L'ASCOLTO CHE GUARISCE

Psicoguide, Cittadella Editrice, Assisi 1989

pp. 5-9

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PRESENTAZIONE

LE PROFESSIONI DELLA SALUTE SI INCONTRANO

Questo libro nasce da un incontro. È un fatto molto frequente: dopo un congresso, o un simposio, o un convegno di studio, quando organizzatori e partecipanti sono soddisfatti del livello dei contributi e della discussione, nasce il desiderio di lasciarne una traccia permanente. La pubblicazione degli atti è la via più seguita, al fine di far circolare le idee in un ambito più vasto. Anche per l’incontro tra operatori della salute, tenutosi ad Assisi nel novembre 1988, sul tema dell’«ascolto che guarisce», è avvenuto lo stesso: niente di singolare in questa procedura. Nel nostro caso non è tanto la pubblicazione degli atti, quanto piuttosto l’incontro stesso tra psicoterapeuti, sanitari e operatori pastorali, raccolti nella comune denominazione di «operatori della salute», a costituire un fatto singolare, che merita qualche riflessione.

La cura della salute nelle società sviluppate si è differenziata, frazionando l’accumulo di compiti che nelle culture più arcaiche caratterizza la funzione terapeutica. Chi si occupa dell’anima non ha più contatto con chi cura i corpi malati; anche il trattamento dei mali

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psichici si è reso autonomo, con gli psicoterapeuti come professionisti della salute mentale e del benessere emotivo. Nella società contemporanea, caratterizzata dalla complessità, non si può prescindere dalla divisione dei compiti. Ma la situazione tende a deteriorarsi, in quanto la specializzazione delle funzioni porta l’operatore a gravitare sempre più perifericamente rispetto alla persona bisognosa di cure, nella sua unità e unitarietà. Ormai non solo tra medici e psicoterapeuti non c’è più unità di linguaggio e di interessi, ma si può dire che neppure i medici costituiscono una categoria omogenea: i cardiologi si incontrano con i cardiologi, gli ostetrici vanno ai convegni di ostetricia, e ognuno legge solo le riviste che riguardano la propria specialità. In questo contesto, un incontro che faccia convenire insieme operatori così diversi come quelli che si occupano del corpo, della psiche e dello spirito, in forza della comune destinazione della loro opera al recupero e potenziamento della salute, costituisce un fatto di dirompente novità nel panorama della nostra cultura. Presuppone che a tutti questi diversi operatori sia riconosciuto che la loro azione si colloca entro un profilo professionale. Rispetto a questa esigenza, non tutti si trovano allo stesso livello. Se all’azione medica ― almeno a quella che si svolge nell’ambito che convenzionalmente è riconosciuto come proprio della medicina scientifica ― non viene contestato il carattere di professione, quella psicoterapeutica ha maggiore difficoltà a farsi riconoscere e accettare nella sua specifica professionalità. Questa incertezza ha bloccato per anni in Italia la realizzazione di un quadro legislativo che desse riconoscimento al

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l’esercizio della professione di psicoterapeuta; solo di recente tale inquadramento è giunto in porto, con una legge che peraltro non è riuscita a ottenere il consenso di tutti gli operatori del settore.

Coloro che si occupano del bene spirituale delle persone, poi, sono ancor più emarginati dal discorso sanitario, dopo che la medicina si è emancipata dalla religione e la psicologia ha, a sua volta, rivendicato un’azione autonoma sulla psiche umana. Spesso la loro presenza nelle istituzioni sanitarie è solo benevolmente tollerata, con un abbondante condimento di scetticismo 1. Ma anche gli operatori

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sanitari non pregiudizialmente ostili alla dimensione religiosa avrebbero più di una riserva da fare alla proposta di considerare il cappellano d’ospedale non come un operatore di secondo ordine e in qualche modo pleonastico, bensì come un collaboratore a pieno titolo in un’opera unitaria. La maggior parte dei medici, anche credenti, sentirebbe la proposta come offensiva della propria professionalità.

Non basta, tuttavia, che le diverse relazioni di aiuto trovino il loro profilo professionale: bisogna, in un secondo momento, operare un superamento dialettico della frammentazione che esse presuppongono. Solo inserita in un vasto progetto unitario l’opera professionale specifica ― esercitata da medici, infermieri, psicoterapeuti, assistenti sociali, cappellani ospedalieri ― contribuisce a quella autorealizzazione dell'uomo che si chiama salute. Un incontro destinato agli operatori della salute comporta, in definitiva, la richiesta di una nuova cultura della salute, che sappia coniugare salute e salvezza; ed è esso stesso un contributo non insignificante a tale nuova cultura. Ad Assisi, all'ombra discreta della Pro Civitate Christiana, questo progetto si va formulando, aggregando persone di diverso orientamento ideologico e di differenti ambiti professionali.

Le esigenze che la partecipazione a questo discorso impone sono quelle richieste da qualsiasi vero dialogo: non prendere se stesso ―

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la propria visione delle cose, la propria pratica professionale ― come unità di misura; il rispetto della diversità; la disponibilità alla scoperta, anche se questa passa attraverso il rovesciamento di architetture ideologiche consolidate. I benefici di incontri rivolti a ricostruire l’interezza del processo di intervento terapeutico sono sicuri, anche se ancora difficilmente immaginabili in tutta la loro portata. Si può, quanto meno, prevedere un esercizio della professione meno afflitto da frustrazioni, a causa dei compartimenti stagni entro cui è abitualmente compresso dalla frammentazione.

È auspicabile che l’incontro tra operatori della salute sull’ascolto che guarisce non sia un episodio isolato senza seguito, ma il punto di arrivo di una ricerca, la risposta a un’esigenza culturale autentica e l’inizio di un lungo cammino, che porti a ricostruire, a un livello superiore, il disegno unitario dell’azione terapeutica, in quell’ampio orizzonte in cui salute e salvezza si toccano.

Note

1 Una ragione dell’ostilità va cercata, a onor del vero, nella scarsa professionalità che caratterizza molti operatori pastorali, soprattutto nell’ambito della Chiesa cattolica. Ecco come descrive la situazione, in termini fortemente autocritici, Henri Nouwen, saggista religioso degli Stati Uniti: «Dopo quattro anni di formazione teorica, un medico ha bisogno di almeno due anni di internato, prima di poter praticare da solo. Uno psicologo non può cominciare a lavorare autonomamente prima di essersi sottomesso a un lungo tirocinio sotto la guida di un esperto... Ma che dire del sacerdote? Molti preti, dopo quattro anni di teologia sono buttati immediatamente nel lavoro pastorale senza alcuna esperienza d’internato. Tra coloro che hanno la possibilità di beneficiare di un anno di pastorale, solo alcuni ricevono la necessaria supervisione che permetta loro di fare della pratica pastorale una reale esperienza di apprendimento (...). Chi ha loro insegnato a domandarsi se le loro attese pastorali erano irrealistiche o se i loro desideri o bisogni tollerabili? Chi ha loro insegnato a fare scelte intelligenti e ad accettare possibili sconfitte? Chi li ha aiutati a esplorare i loro limiti, ad affrontare il problema della loro relazione con l’autorità e con i loro fedeli? Chi li ha accompagnati nel processo d’integrazione di nuove esperienze? In poche parole, chi ha fatto di essi dei veri professionisti?»; H. Nouwen, Intimacy, Pastoral theological Essays, Fides, Notre-Dame 1970, pp. 135. Da questa presa di coscienza è nato il movimento dell’educazione pastorale clinica, diffuso soprattutto nell'America del Nord. In Italia è appena sorto l’istituto pastorale «Camillianum», che si occupa della formazione degli operatori pastorali che svolgono la loro attività in ambito sanitario.