L’équipe pastorale nel consultorio matrimoniale

Sandro Spinsanti

L’équipe pastorale nel consultorio matrimoniale

in Medicina e Morale

Fasc. 2-3, anno 1975, pp 225-238

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L’ÉQUIPE PASTORALE NEL CONSULTORIO MATRIMONIALE

La nuova legislazione italiana sulla famiglia prevede l’istituzione dei consultori matrimoniali, al fine di offrire alle famiglie in difficoltà l’aiuto specialistico opportuno, secondo le diverse difficoltà. La centralità del nucleo familiare nel tessuto sociale faceva prevedere che le forze ideologiche e politiche a base si sarebbero affrontate in una vera e propria corsa al consultorio. Così infatti sta avvenendo. Il mondo cattolico è mobilitato per organizzare consultori cristiani o assicurare una presenza cristiana nei consultori dipendenti dall’organizzazione sanitaria nazionale. Si tratta di una strategia opportunistica, oppure di un’autentica opportunità, che provoca il servizio pastorale della Chiesa a trovare una risposta adeguata alle necessità dei tempi?

Non è superfluo ricordare che la preoccupazione per la famiglia, anzi la centralità della famiglia nelle sue preoccupazioni, è una costante della pastorale cattolica. Anche il Concilio se ne è occupato con un’attenzione speciale. Nella seconda parte della Gaudium et spes, che considera alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti che toccano in modo specialissimo il genere umano, alla famiglia è dedicato il primo capitolo. Questo poi si chiude con un solenne appello in cui i cristiani, gli esperti nelle scienze, i sacerdoti e i coniugi stessi vengono mobilitati per difendere e promuovere i valori cristiani del matrimonio (G.S., 52 . Nell’impegno per i consultori si esprime dunque un’urgenza proclamata già a chiare lettere dalla Chiesa, nel suo più alto ufficio magisteriale.

Tuttavia è necessario che l’impegno pratico sia sostenuto da una visione teologica il più possibile illuminata. Non si tratta

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di giocare bene le proprie carte per non perdere il treno dei consultori. L’importante non è di arrivare primi nella corsa. I consultori non devono diventare l’occasione per una forma aggiornata di costantinismo. Piuttosto devono essere un’occasione per riprendere in esame l’intera pastorale del matrimonio. Ad essa si presenta il compito di assimilare la maturazione ecclesiale avvenuta e sancita dal Concilio. Deve essere rivista in modo da costituire un servizio non solo alla comunità cristiana, ma all’intera società civile, secondo lo spirito di dialogo e diaconia che informa i rapporti della Chiesa col mondo d’oggi.

Le riflessioni seguenti vogliono essere un contributo per mettere a punto il senso e le modalità d’intervento di un’équipe pastorale in un consultorio. Cercheremo dapprima d’inquadrare questo specifico servizio nel contesto più ampio della pastorale cristiana della famiglia e di evidenziare i principi teologici cui deve obbedire ogni progetto pastorale che voglia armonizzarsi con le direttive conciliari.

Le articolazioni del servizio della Chiesa alla famiglia

La forma più diffusa di pastorale della famiglia è quella che avviene nelle parrocchie in occasione dei matrimoni. Nella nostra situazione culturale italiana la secolarizzazione non è ancora avanzata fino al punto da togliere ogni riferimento religioso a questo evento. Magari come tipico «rito di passaggio», il matrimonio continua ad essere pensato in chiave religiosa. Di fatto, la preparazione dei nubendi e la celebrazione del rito nuziale costituiscono una delle principali attività pastorali di qualsiasi parrocchia.

Anche coloro che contestano la validità di tale impegno pastorale ne richiedono oggi la revisione. In Italia esso si è strutturato infatti sulla base del matrimonio concordatario. La dimensione religiosa è stata caricata in tal modo anche dell’aspetto giuridico. Questa integrazione dell’elemento sacramentale con quello canonico è avvenuta in un orizzonte di Chiesa concepita come «societas perfecta», corpo sociale autonomo, che ha in sé tutti i mezzi

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della salvezza e si occupa del bene integrale dei suoi fedeli. La prassi pastorale tradizionale ha considerato primariamente l’aspetto istituzionale del matrimonio. I nubendi venivano esaminati per verificare la presenza o assenza degli «impedimenti»; la celebrazione liturgica del sacramento acquistava valore civile (rimarcato dalla lettura degli articoli del Codice civile); la pastorale familiare concentrava i suoi sforzi nel sistemare le situazioni «irregolari». E questo non perché si identificasse moralità con legalità (è possibile un simile travisamento del Vangelo da parte dei discepoli di colui che è stato l’avversario irriducible dei farisei? ). Era piuttosto l’ecclesiologia di tipo societario che portava a privilegiare il momento giuridico, a cui veniva attribuita anche una rilevanza sacramentale.

Questa struttura teologico-pastorale è, ad ogni modo, in fase di superamento. Il Vaticano II ha ristrutturato l’ecclesiologia cattolica, provocando uno spostamento irreversibile dalle categorie giuridiche a quelle bibliche, dall’elemento societario a quello misterico. Dall’esterno la legislazione divorzista ha provocato una situazione nuova: legalità ecclesiastica e legalità civile non coincidono più. Ciò non significa la fine delle possibilità operative della pastorale coniugale a livello parrocchiale. Emergono piuttosto dei compiti nuovi, forse più consoni, tutto sommato, alla missione salvifica della Chiesa 1.

La Chiesa non dovrà più limitarsi a curare il «bene» indubbio del vincolo matrimoniale di tipo giuridico. Essa ritrova il suo compito più impegnativo, quello cioè di curare questo stesso vincolo nel suo aspetto sostanziale. È questa prospettiva ottimistica che faceva dire al Concilio che «il valore e la solidità dell’istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell’odierna società, nonostante le difficoltà che con violenza ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura dell’istituto stesso» (G. S., 47).

La pastorale parrocchiale del matrimonio può rinnovarsi, dietro la provocazione della situazione attuale, in modo insperato

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I parroci che hanno rifiutato di limitarsi al burocratismo impersonale degli incartamenti e hanno fatto leva sul rapporto umano che può crearsi con le giovani coppie in occasione del matrimonio sanno quanto questa attività sia pagante ai fini dell’annuncio evangelico.

Un servizio cristiano ai coniugi del tutto indipendente dalle strutture parrocchiali è quello costituito dai «gruppi di spiritualità familiare» 2. Introdotti in Italia sul finire degli anni ’40, ad opera di Don Carlo Colombo, assistente nazionale dei laureati cattolici, si sono diffusi in numerose altre città. Il periodo di maggiore slancio espansivo è stato il decennio «50-60». Hanno dovuto superare dapprima la diffidenza del clero, che non vedeva di buon occhio lo spirito di autonomia che spingeva i gruppi a rifiutare ogni forma di organizzazione centralizzata. Il Concilio però, raccomandando le associazioni familiari, ha cambiato l’atmosfera. L’accusa che veniva loro rivolta era quella di chiusura, di preziosismo da élite. Anche se la denigrazione del metodo in quanto tale è ingiustificata, non si può negare che i gruppi rivelano dei limiti notevoli. Non sono riusciti affatto a penetrare e a diffondersi nell’ambiente operaio e popolare, restando confinati negli ambienti intellettuali e borghesi. I gruppi sono sorti nell’ambito del movimento dei laureati cattolici. Questa matrice di origine ha dato loro un’importanza che ha impedito di adottare il metodo ad altri ambienti.

Oltre al retroterra sociale, anche quello teologico ha costituito un handicap per l’affermarsi della spiritualità matrimoniale dei gruppi. Le fonti cui potevano attingere i gruppi di spiritualità familiare erano povere sotto il profilo teologico e viziate di intimismo sotto il profilo spirituale. La teologia del matrimonio, fatta per lo più dai monaci e «chierici», era insufficiente per la valorizzazione adeguata dello stato matrimoniale.

I gruppi a loro volta, per quello stato di minorità che ha caratterizzato i laici di fronte ai chierici, non sono stati in grado

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di offrire un contributo originale che facesse progredire la teologia del matrimonio. Anche gli spunti di rinnovamento derivanti dalla teologia sacramentale-misterica non hanno portato i frutti sperati.

«A prescindere dalla piega non necessariamente intimistica che il discorso avrebbe potuto prendere, sta il fatto che il discorso si sviluppa strutturalmente dal presupposto che il valore più grande, in riferimento alla situazione concreta, è il matrimonio, inteso come incontro nella grazia fra due persone; e conseguentemente che il senso del matrimonio non può essere che quello del massimo sviluppo nella grazia delle due persone: una struttura che l’ovvia considerazione dei figli, lungi dal modificare, non può che rinsaldare. Riteniamo che più o meno questa sia stata l’«ideologia» soggiacente ed espressa dai gruppi di spiritualità. Essa orientava obiettivamente i Gruppi verso la «privatizzazione», come conferma, d’altra parte, la manifesta «chiusura» dei Gruppi al problema politico» 3.

La teologia e la spiritualità dei gruppi sono indubbiamente datate. Questa potrebbe essere una causa dei sintomi di stanchezza che si vanno diffondendo nel loro ambito. Tuttavia i gruppi possono svolgere ancora un’attività preziosa, a condizione di aprirsi alle istanze ecclesiali del momento. Nel fiorire delle attività pastorali in favore della famiglia i gruppi di spiritualità familiare hanno un loro ruolo insostituibile. Devono richiamare i cristiani ai valori propriamente sacramentali della vita matrimoniale e stimolare a costruire, a favore di tutta la Chiesa, una comprensione del matrimonio cristiano non aridamente deduttiva, ma creativamente induttiva, cioè a partire dall’esperienza vissuta.

Le carenze della teologia e della spiritualità del matrimonio diventano chiaramente evidenti nell’ambito della catechesi. Intendiamo con ciò propriamente il servizio della Parola che porta la Chiesa ad annunciare il mistero della salvezza in Cristo a coloro che vivono la situazione matrimoniale. Secondo il documento fondamentale sulla catechesi promulgato dalla conferenza episcopale

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italiana, un’attenzione particolare deve essere rivolta alla famiglia quando si vuole calare il messaggio di Cristo nella situazione storica dei fedeli: «Attenta alle parole della fede, e insieme sensibile alle indagini antropologiche e sociologiche del nostro tempo, la catechesi deve presentare la famiglia nei suoi valori di unità e di stabilità, nei suoi impegni di amore e fecondità, nella sua vocazione di comunità aperta al mondo e alla Chiesa. Si tratta di una catechesi che, gradualmente e adeguatamente, deve accompagnare sempre lo sviluppo umano dei fedeli» 4.

A questa lucida dichiarazione programmatica non corrisponde però una realizzazione adeguata. I documenti ufficiali circa il matrimonio e la famiglia continuano a privilegiare le «parole della fede» trascurando le indagini socio-antropologiche; riaffermano i valori, piuttosto che analizzare la situazione.

Un esame critico dei recenti documenti pastorali e catechistici della Chiesa italiana rileva il perdurare di un approccio di tipo deduttivo: «Giustamente i documenti riguardanti l’evangelizzazione e la catechesi attribuiscono alla famiglia un ruolo primario nell’educazione alla fede. Poco realisticamente però la ritengono pronta ad assumere tale ruolo, appunto perché tengono presente la famiglia nella sua essenza, nei suoi valori tipici e non la situazione in cui versa la famiglia italiana. Di conseguenza le linee operative che essi pongono agli operatori di pastorale risultano unidirezionali. Sono indicative infatti per coloro che operano presso famiglie che vivono un autentico cammino di fede o che sono disposte a iniziarlo. Ma per chi opera presso famiglie indifferenti al problema religioso o oberate da una situazione economica che non lascia spazio ai problemi di fede, presso famiglie insomma che sono più da evangelizzare che da catechizzare, non esistono piste di catechesi ufficiali» 5.

La catechesi è l’attività centrale tra quelle che la Chiesa svolge a favore della famiglia cristiana. È centrale nel senso che si situa tra la prassi giuridico-canonica del matrimonio concordatario

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e la ricerca della perfezione dei gruppi di spiritualità familiare È centrale soprattutto nel senso che proprio alla catechesi spetta il compito delicato di cogliere la realtà umana del matrimonio nella fisionomia precisa che esso assume entro le coordinate culturali del nostro tempo e rivelare la parola di salvezza per esso contenuta nella rivelazione cristiana. Anche la catechesi, come le altre forme del servizio ecclesiale al matrimonio cristiano, è provocata dall’ora attuale a un rinnovamento, a una crescita, a una ristrutturazione. Ogni forma di servizio ha una finalità specifica e una funzione insostituibile. C’è posto tuttavia per un ulteriore servizio: quello dei consultori matrimoniali.

Famiglia ed evangelizzazione

Prima di prendere in esame il servizio specifico che può essere reso alla famiglia cristiana tramite il consultorio è utile richiamare i compiti che una riflessione teologica più avvertita attribuisce alla pastorale della famiglia.

L’impulso decisivo è venuto dal magistero conciliare. Esso ha attribuito alla famiglia tutta la densità ecclesiale desiderabile. Ha evitato — e con buona ragione — l’espressione «famiglia piccola Chiesa». Questa categoria è esposta infatti al pericolo di una riduzione della Chiesa alla coppia e alla famiglia; invece di aprire la famiglia ad orizzonti più vasti, potrebbe portare a limitare i compiti ecclesiali ai compiti della propria famiglia.

Il Concilio usa invece, e con certa circospezione, l’espressione «Chiesa domestica» 6. La Chiesa universale, che si attualizza nella Chiesa locale, si manifesta anche, a modo suo, nella famiglia cristiana. Questa famiglia «si potrebbe chiamare Chiesa domestica». La restrizione è dovuta al fatto che nel caso della famiglia non abbiamo la coincidenza tra Chiesa universale e Chiesa

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locale che si ha invece nel caso di una comunità dotata della sua struttura ministeriale per la celebrazione dell’eucarestia 7.

La famiglia è infatti sede legittima, ma non propria, della celebrazione eucaristica. Diversa era invece la situazione nella Chiesa primitiva: «Dal punto di vista istituzionale tra i primi cristiani la Chiesa si presentava soprattutto sotto l’aspetto familiare. La Chiesa familiare, la comunità domestica è il fondamento biblico del nostro apostolato di quartiere, delle missioni familiari e della pastorale familiare. Il primo centro della vita cristiana è stato costituito dalle case» 8. La casa era luogo di riunione e di preghiera; di qui l’espressione singolare che ricorre frequentemente nell’epistolario paolino: «la Chiesa di casa tua».

Ai fini della pastorale notiamo che il recupero dell’ecclesialità della famiglia ha sensibilizzato alle potenzialità missionarie insite nella famiglia stessa. Se la Chiesa intera è una comunità missionaria, la famiglia cristiana partecipa di questa vocazione. Così la coppia e la famiglia, da semplice oggetto della pastorale, sono diventate oggetto attivo di annuncio cristiano 9. La tendenza si è esplicitata nei documenti più recenti dell’episcopato italiano. Il documento su «Matrimonio e famiglia oggi in Italia» (del 15 nov. 1969) afferma: «È necessario che la famiglia divenga il centro unificatore dell’azione pastorale, superando la fase generosa, ma sporadica ed episodica, per giungere a una fase organica e sistematica. Un certo criterio settoriale o individualistico ha guidato finora l’azione pastorale. Dovremmo passare ad un criterio che abbia per oggetto la famiglia come comunità. La famiglia deve inoltre divenire soggetto di pastorale, essendo i coniugi dotati di grazie, di carismi e di esperienze particolari» (n. 16).

Il documento più recente dedicato a «L‘evangelizzazione del mondo contemporaneo» (28 febbraio 1974) è ancor più formale: «In ordine ad un’opera profonda di evangelizzazione e di catechesi si impone la necessità di avere delle "comunità evangelizzanti"

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(famiglie — gruppi — comunità parrocchiali): non si può infatti separare l’atto dell’evangelizzazione della comunità che evangelizza. Di qui la necessità di una promozione della famiglia come unità ecclesiale, costituita dal sacramento del matrimonio e che, per ministero e carisma proprio, è destinataria e al tempo stesso protagonista di evangelizzazione nella Chiesa e nel mondo» (n. 89) 10.

Abbiamo in precedenza ascoltato una voce critica che faceva osservare che in questi documenti a una coraggiosa programmazione pastorale non corrisponde un’analisi accurata delle reali condizioni socio-antropologiche della famiglia. Ciò non toglie che la valorizzazione della famiglia come soggetto di pastorale costituisca un principio nuovo e ricco di promesse. Tanto più se queste indicazioni vengono lette nel contesto delle prospettive ecclesiologiche e pastorali aperte dalla Gaudium et Spes 11.

Questo documento si muove nell’area ecclesiologica che è tipica del Vaticano II: evitare l’immagine di una Chiesa costituita e animata soltanto dal clero, e riscoprirne la fisionomia di popolo di Dio dotato di carismi differenziati. Su tale sfondo acquista rilevanza l’affermazione che, per sviluppare i valori del matrimonio e della famiglia, «sono di grande aiuto il senso cristiano dei fedeli, la retta coscienza morale degli uomini, come pure la saggezza e la competenza di chi è versato nelle discipline sacre» (G.S., 25). Al sensus fidei dei cristiani viene data la precedenza rispetto alle conoscenze della teologia scientifica. I cristiani impegnati nella vita matrimoniale appaiono come i veri protagonisti della promozione dei valori della famiglia. Ciò comporta il superamento del monopolio pastorale dei chierici.

Ai fini della nostra riflessione sui consultori matrimoniali riteniamo di dover dare rilievo anche a un’altra affermazione della costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. A proposito

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del valore fondamentale del matrimonio, l’amore coniugale, così minacciato in una cultura che rinuncia a strutture per proteggerlo, vien detto: «L’autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al riguardo una sana opinione pubblica se i coniugi cristiani danno testimonianza della fedeltà e dell’armonia nell’amore, oltre che nella sollecitudine per l’educazione dei figli, e se fanno la loro parte nel necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia» (G.S., 49). Questo accento sulla testimonianza è in assoluta armonia con l’esigenza fondamentale del dialogo dei cristiani con il mondo, che è il loro proprio esempio.

Anche questo aspetto mette il laicato in condizione di superiorità rispetto al clero nelle questioni matrimoniali. Di tutte queste indicazioni dobbiamo tenere conto nella progettazione di un servizio pastorale alla famiglia cristiana che utilizzi le possibilità nuove offerte dai consultori matrimoniali.

Pastorale familiare mediante il consultorio matrimoniale

Abbiamo presentato i principali strumenti con cui la Chiesa svolge il ministero della salvezza a favore della famiglia: la pastorale parrocchiale, che si preoccupa principalmente di salvaguardare la validità dell’istituto matrimoniale; i gruppi di spiritualità familiare, che indirizzano i coniugi verso le mete della santità; la catechesi che illumina con le parole della fede la realtà socio-antropologica del matrimonio. Accanto a questi strumenti è oggi particolarmente urgente una forma ulteriore d’intervento, precisamente quella dei consultori matrimoniali.

Si sa quale sia la finalità di tali consultori: curare e prevenire i mali della famiglia. La malattia del nucleo familiare può dipendere da diversi fattori: psicologici o psichiatrici, sociologici, o propriamente medici. Può essere competenza dello psicologo, dell’assistente sociale, del sessuologo o ginecologo. I coniugi devono essere aiutati a ritrovare un dialogo reciproco, o a superare traumi originati dalla convivenza, o a regolare le nascite in un

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modo che siano rispettate le esigenze dell’umanità e dell’etica, o a stabilire con i figli un legame pedagogico valido. È giustificabile una presenza esplicitamente cristiana in un consultorio così concepito? La risposta a questa domanda è collegata ad una questione previa: che cosa si propone la presenza cristiana in un consultorio? La finalità più ovvia sembra essere la difesa dei principi e delle soluzioni etiche cristiane relativamente a problemi capitali come quelli della procreazione, della difesa della vita e dell’educazione dei figli. È certamente un’esigenza da non disattendere. Se la nostra società si fonda veramente sui principi del pluralismo, della tolleranza e della libertà religiosa, deve essere permesso a gruppi di diverse tendenze ideologiche e fedi religiose di organizzare consultori programmaticamente orientati, sempre nel rispetto delle norme fondamentali della convivenza civica sancite dalla legislazione vigente.

Per una presenza cristiana nei consultori c’è anche un’altra ragione da far valere: l’incidenza della problematica religiosa e morale sulla vita coniugale. Il fatto che la quasi totalità degli italiani abbia avuto un’acculturazione religiosa di tipo cristiano e sia stata educata nei principi della morale cattolica non può essere irrilevante per la terapia di molte situazioni coniugali. E ciò in duplice senso. Negativamente, false concezioni religiose o pregiudizi moralistici possono pregiudicare un’unione. È necessario perciò intervenire per rimuovere dall’interno, chiarendo equivoci o deviazioni, i nodi del comportamento religioso. Positivamente, l’universo religioso e i principi morali possono costituire motivazioni fortissime là dove la situazione debba essere sbloccata con interventi che facciano appello alla volontà. È dunque la situazione sociologica italiana che giustificherebbe, di per sé, una presenza cristiana qualificata nei casi non infrequenti in cui la crisi matrimoniale ha una componente etico-religiosa.

Tuttavia l’ideale non è certamente quello di costituire consultori confessionali in alternativa a quelli laici. Non è nella prospettiva della concorrenza che il Concilio ha espresso il rapporto Chiesa-mondo. La Chiesa vede la sua missione nel continuare l’opera stessa di Cristo mettendosi a servizio del mondo (cfr. G.S., 3).

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Svolge questo suo compito difendendo a promuovendo i valori del matrimonio che essa, con secolare ermeneutica, ha imparato a derivare dal messaggio di Gesù. Ma il suo specifico evangelico non si inserisce su un vuoto. Ciò che la cultura umana produce è destinato a entrare, non senza purificazioni e superamenti, nel progetto concreto della salvezza che Dio costruisce per gli uomini. Per questo la Chiesa non può limitarsi a riproporre con fedeltà il Vangelo, ma è suo "dovere permanente di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo" (G.S., 4) Questa prospettiva richiede il dialogo della Chiesa con l’uomo secolare che vede la chiave della sua esistenza nella umanizzazione del mondo. Dialogo vuol dire incontro e collaborazione nella sfera in cui l’uomo gestisce il proprio futuro, si sente responsabile per la trasformazione delle strutture e delle istituzioni, lavora per l'umanizzazione della terra. Il fondamento dell’incontro conciliare della Chiesa con il mondo è la convinzione che l’umanità dell’uomo non è irrilevante per la salvezza cristiana 12. Ciò non vuol dire ridurre il cristianesimo a un umanesimo, bensì affermare che il cristianesimo ha in sé una forza umanizzante, la quale rende possibile il dialogo e la collaborazione con forme autentiche di umanesimo promosse da ideologie e fedi diverse da quella cristiana.

Per il Concilio «la famiglia è una scuola di umanità più completa e più ricca» (G.S., 52). Questa umanità il cristiano la sente implicata dal messaggio che ha da annunciare. La sede propria dell’annuncio e della catechesi cristiana non è evidentemente il consultorio. Coloro che vi partecipano, anche gli eventuali presenti a titolo pastorale, sanno di essere impegnati per l’umanità del matrimonio. Ma di un’umanità tale che non escluda qualsiasi apertura sul mistero della salvezza cristiana, bensì lo contenga germinalmente ed esigitivamente.

La presenza cristiana in un consultorio deve essere differenziata

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secondo i diversi carismi. Per questo preferiamo parlare di équipe pastorale. I primi dell'équipe sono, di diritto, i laici cristiani coniugati. A questa conclusione si conduce l’esame delle indicazioni conciliari circa il ruolo dei coniugi stessi nella promozione dei valori cristiani del matrimonio. Anche se finora le attese di una comprensione teologico-sapienziale del matrimonio da parte dei cristiani stessi che lo vivono non sono state sufficientemente compensate, è proprio dal «sensus fidei» dei credenti che verrà la parola giusta per esprimere il mistero di salvezza che si vive nello stato matrimoniale.

Il sacerdote non è escluso dall’équipe: tutt’altro. Da lui non si domanderà però se non ciò a cui lo accredita il suo carisma. Come annunciatore del Vangelo e pedagogo della fede sarà competente per le difficoltà originate da una comprensione distorta della dottrina cristiana; come animatore di una comunità aprirà al piccolo nucleo familiare le prospettive liberatrici di un impegno più vasto; in quanto presidente dell’assemblea eucaristica offrirà alla coppia cristiana un momento forte d’integrazione e di confronto con il resto della comunità; in quanto testimone del carisma del celibato aiuterà i coniugi cristiani a capire che ogni unione coniugale anche la più felice, è finalizzata all’apertura totale del singolo alle esigenze dell’amore infinito di Dio.

Nell’équipe pastorale una modalità peculiare di intervento può essere quella del diacono coniugato. Partecipando sia della condizione matrimoniale che della missione gerarchica della Chiesa, ha possibilità di azione uniche, finora inesplorate.

Questa la composizione dell’équipe pastorale. Se vogliamo ora progettare le articolazioni del suo intervento, dobbiamo sottolineare anzitutto il carattere di testimonianza e di riferimento all’esperienza che lo specifica. La Chiesa ha certamente una dottrina sul matrimonio, la quale, per di più, non cessa di perfezionarsi. Tuttavia la funzione dell’équipe non è quella di farsi mediatrice di tale dottrina. In quanto cristiani, i coniugi e pastori che compongono l’équipe tengono presente l’orizzonte dottrinale, sia a livello personale che come riferimento che specifica il senso del loro intervento. Ma ciò a cui si riferiscono direttamente, ciò che

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costituisce il punto d’incontro e di confronto con coloro che ricorrono ai consultori è piuttosto il dato di esperienza. Perché questo carattere rifulga meglio è auspicabile che i membri dell’équipe prestino la loro opera sotto forma di volontariato. Testimonianza, gratuità, incontro interpersonale: queste modalità di presenza dell’équipe pastorale possono incidere beneficamente su tutto il complesso organico degli interventi che avvengono nell’ambito del consultorio. La qualità del rapporto umano che si instaura può efficacemente controbilanciare la inevitabile tecnicità degli altri interventi specialistici. L'équipe pastorale può dare così un contributo ineguagliabile per favorire la dimensione umana in un consultorio matrimoniale.

L’interesse attivo che i cristiani dimostrano per i consultori autorizza ad esprimere una speranza: sarà proprio attraverso i consultori matrimoniali che la Chiesa ritroverà l’entusiasmo di proseguire l’opera di Colui che si è detto inviato non ai sani, che non hanno bisogno del medico, bensì ai malati: ai corpi malati, alle psiche malate, ai rapporti umani malati?

NOTE

1 T. Goffi (1975), L’amore coniugale nell’attuale società consumista e divorzista, in «Via, Verità e Vita» 24, n. 52, pp. 26-36.

2 Vedi il bilancio dell’attività dei gruppi tracciato da G. Colombo - A. Corti - G. Moioli, Per una «spiritualità» coniugale. Analisi di un’esperienza: i «Gruppi di spiritualità familiare», in Communio, n. 16, luglio-agosto 1974, pp. 70-84.

3 Ibidem.

4 C.E.I. (1970), Il rinnovamento della catechesi, (n. 98), Roma, p. 36.

5 D. Zagara, (1975), La famiglia nei recenti documenti pastorali e catechistici della Chiesa italiana, in Via, Verità e Vita 24, n. 52, pp. 17-26.

6 «In hac velut Ecclesia domestica» (L.G. 11). Non possiamo esaminare qui per esteso la dottrina conciliare sulla famiglia. Rimandiamo solamente ai testi più significativi: Apost. actuos., 11; Gaudium et Spes, 48; Graviss. educat., 3.

7 F. Klostermann - N. Greinacher, (1971), La Chiesa locale, Brescia.

8 V. Schurr, (1962), Pastorale costruttiva, Roma, p. 36.

9 D. Tettamanzi, (1975), Matrimonio cristiano oggi, Milano; specialmente il cap. su «Il cammino della pastorale coniugale-familiare».

10 Altri passi dello stesso documento presentano la famiglia come il «primo luogo del messaggio cristiano» e luogo di «educazione permanente alla fede»: n. 35; 78. Cfr. anche i documenti «Evangelizzazione e sacramenti», nn. 95-96; «Vivere la fede oggi», n. 21.

11 V.L. Heylen, (1966), La promozione della dignità del matrimonio e della famiglia, in La Chiesa nel mondo di oggi, Firenze, pp. 351-371.

12 Non è possibile dare su questo enorme capitolo della svolta nei rapporti Chiesa-mondo una bibliografia completa. Si tenga almeno presente il filone tematico dei segni dei tempi», che è stato il luogo privilegiato del ripensamento. Vedi la rassegna I segni dei tempi, in Concilium 3 (1976/5), pp. 161-171 e P. Valadier, Signes des temps, signes de Dieu?, in Etudes 1971, pp. 261-277.