L’etica medica

Sandro Spinsanti

INTERVENTO

in L’etica medica

Atti del Convegno Nazionale Istituto Italiano di Medicina Sociale

Roma, 12 aprile 1983

Istituto Italiano di Medicina Sociale Editore, Roma 1983

pp. 115-119

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L'etica medica, essendo una disciplina più che giovane, ancora in stato di progettazione, suscita una quantità di interrogativi, che fanno parte della sua fondazione epistemologica. Ne abbiamo ampiamente dibattuto questa mattina e continuiamo a dibatterne anche questo pomeriggio: che cosa è questa disciplina, chi la deve insegnare, a chi deve essere insegnata, quando deve essere insegnata, con che metodo, con che obiettivi, eventualmente con che sistemi di verifica.

Questi interrogativi in Italia sono diventati molto attuali da quando, già da più di un anno — e voglio ricordarlo perché nel corso della giornata non è ancora stato fatto — per iniziativa del Prof. Teodori, preside della facoltà di Medicina di Firenze, la facoltà di Firenze ha messo a statuto, per prima in Italia, l'insegnamento della bioetica. Essendo appunto da un anno coinvolto in qualche maniera in questo progetto, ho sentito risuonare tutti questi interrogativi che ho elencato e che non posso riprendere in dettaglio perché andrei ampiamente al di là dei limiti di tempo previsti per il mio intervento.

Una cosa mi ha sorpreso in tutti questi interrogativi, di cui alcuni di gran peso e altri più secondari, una questione che apparentemente potrebbe essere secondaria: chi deve insegnare letica medica? Il dibattito che si sviluppa intorno a questo interrogativo è il più appassionato, e mette in ombra le altre questioni.

Ebbene, mi sono reso conto che quando si parla dell'insegnamento dell’etica medica da istituire nella facoltà di medicina e ci si domanda a chi deve essere affidato, scattano delle paure, appaiono dei fantasmi. Voglio parlare appunto di queste paure. La più corposa è la paura del «prete», cioè che l’insegnante dell’etica medica sia un prete, intendendo con questo termine un dogmatico; di conseguenza, la paura che tale insegnamento si risolva nella trasmissione di un sapere costituito, elaborato in altra sede — la sede, per l’appunto, dove le istituzioni totalitarie forgiano le loro certezze — e venga poi trasmesso nell’ambito

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della formazione medica. E quindi che, in pratica, l'etica medica venga ad essere una specie di colonizzazione della coscienza e dell’operato del medico da parte di una istanza esterna. Parlo del «prete» in senso ampio, estendendo il termine anche ad altre forme di dogmatismi oltre a quelli religiosi (ci sono i preti neri e i preti rossi...!). Esistono le certezze che si fondano sulle dottrine rivelate e le certezze che si fondano sui dogmi di stato. Non è per caso che nell'ambito europeo le uniche istituzioni che hanno l’insegnamento dell’etica medica obbligatorio per tutti gli studenti di medicina sono alcune università cattoliche (Roma, Lovanio, Cork e poche altre) e le università della Repubblica Democratica Tedesca, dove viene insegnata l’etica medica alla luce della dottrina di stato, il marxismo-leninismo. Secondo questo dogmatismo c’è una medicina buona, quella che è conforme alla dottrina socialista, e una medicina cattiva, che è la medicina borghese...

La paura del «prete» vale a dire la paura di cadere nelle mani di chi si fa tramite della trasmissione di certezze dogmatiche, in concreto per noi in Occidente non è tanto riferita alla colonizzazione di ideologie totalitarie socialiste, ma piuttosto a quella religiosa. C'è un precedente storico, che è un dato di fatto: l'etica medica ha come antenato immediato la morale medica cristiana, che è stata elaborata tempestivamente mano a mano che si configurava l'accelerazione del progresso della medicina e ne derivava una divaricazione tra quello che è possibile fare in campo biomedico e quello che è opportuno fare.

Proprio in questo momento dell'accelerazione, contestualmente al sorgere dell'applicazione della tecnologia alla medicina, è nata in ambito cattolico una riflessione che ha avuto una grande ed autorevole voce in Pio XII, e che ha portato all'elaborazione di una precisa morale medica, qual era la natura, quale lo scopo di questa morale?

Essa vuol essere semplicemente l'applicazione, nel campo dei problemi di coscienza che sorgono nella prassi medica, della visione antropologica ed etica derivante dal sistema dottrinale cristiano, fondato su una rivelazione divina. Lo scopo è quello di normare il comportamento dei credenti, di portarli ad essere consoni con la morale della Chiesa.

Questa morale medica insegnata dai teologi, elaborata alcune volte anche piuttosto maldestramente — come gli esempi che ha scelto, con una certa punta di polemica, il Prof. Berlinguer ci hanno mostrato — è stata veramente così invadente, così prevaricatrice, come si vuol far credere? Personalmente non sono di questa opinione. Secondo una formula brillante coniata dal Prof. Malherbes, che insegna etica medica

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a Lovanio, tra morale medica e medicina si è stabilita una «coesistenza non interattiva». La normazione del comportamento dei medici credenti e dei fedeli cristiani è stata più velleitaria che reale. Resta comunque il fatto che una delle paure maggiori è quella che qualcuno dall'esterno della medicina obblighi o violenti la coscienza del medico, la influenzi in un senso prevaricatore.

Parlo non della realtà ma di fantasmi e di paure. Personalmente, in quanto penso, vivo ed agisco nell'ambito della tradizione cattolica, non mi riconosco in quel tipo di morale medica prescrittiva, di cui è facile fare la caricatura. Nella chiesa cattolica c’è stata una svolta capitale, specialmente dopo il Vaticano II. Ne è risultata l’elaborazione di una nuova morale, nella quale viene riconosciuto spazio e importanza alla coscienza. Ma tante: quando si parla di introdurre l’insegnamento dell’etica medica, si alza in volo la paura che giungano i «preti» in massa a dire ai medici che cosa devono fare!

Esiste una seconda paura: quella dello psicologo. «E se questo insegnamento dell’etica medica capitasse in mano agli psicologi...? Vivendo accanto ai medici mi sono reso conto che c’è una prevenzione nei confronti degli psicologi che è analoga soltanto a quella nei confronti dei preti. La psicologia è considerata come una scienza di serie B e lo psicologo come un terapista poco serio, che si occupa dei «resti» della medicina: il medico si occupa dei malati veri, lo psicologo di quelli che «non hanno niente».

Specialmente se noi adottiamo l’etica medica nell'accezione che il Prof. Iandolo questa mattina ha delimitato chiamandola etica medica clinica, cioè se l’etica medica la vediamo come quella disciplina a cui è dato principalmente il compito di sbrogliare la matassa relazionale che si instaura là dove un malato interpella il medico, là dove si instaura una rete di relazioni, là dove devono essere elaborate delle decisioni conflittuali; e quindi se il docente di etica medica è non tanto qualcuno che trasmette un sapere precostituito e dogmatico, ma che favorisce la capacità di passare attraverso il processo decisionale con consapevolezza e con coscienza, l’insegnamento dell’etica medica acquista una connotazione fortemente psicologica. Questa prospettiva rende sospettosi i medici. Si mettono in guardia per evitare che, attraverso il varco dell’etica medica, entrino nell'ambito del positivismo della scienza medica i turbamenti e le indeterminatezze della psiche.

Un'altra paura ancora: la paura del filosofo. Mi sembra di poter costatare tra i medici anche un sospetto pregiudiziale verso tutti coloro

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che «parlano» la realtà, invece di agire. Già Jung diceva che la medicina evoca spontaneamente un rimboccarsi le maniche, un fare pratico («anpacken»). II filosofo è considerato dagli scienziati come colui che parla. Nel campo dell'etica medica il filosofo è colui che pone delle questioni scomode, questioni che stamane abbiamo soltanto sfiorato: che cos’è che caratterizza un agire etico, e soprattutto dove si fonda un’etica? Qual è il fondamento di ciò che è bene e ciò che è male? Al filosofo compete soprattutto di questionare nel fondamento dei giudizi etici, vale a dire di porre le questioni che si è convenuti di chiamare «questioni metaetiche», di fondazione dell’etica e l'interrelazione tra la metaetica e i giudizi etici pratici.

Non che il compito del filosofo sia quello di distribuire certezze. Piuttosto, il filosofo sottopone a un’analisi critica i fondamenti dell’etica. In concreto: il «non uccidere» come imperativo etico non lo posso trasmettere a nessuno, usando argomentazioni convincenti; posso però, metaeticamente, analizzare dove si fonda questa certezza: su un comandamento di Dio, su una coscienza? E ancora: come si è formata questa coscienza? Quali sono le tappe costitutive del suo sviluppo storico e individuale? Come si articola questa certezza del non uccidere con le decisioni mediche concrete? Concretamente, quando si giunge alla determinazione di staccare il respiratore è uccidere o non è uccidere? Ecco tante possibili vie di articolazione tra le decisioni operative concrete ed il fondamento etico. Oppure, ancora: dire una bugia al malato, o dissimulare la verità della diagnosi, è mentire o no? Si può mentire con l’intenzione di fare del bene? Ecco il genere di problemi che hanno bisogno di una chiarificazione filosofica. Il fondamento può essere di tipo fideistico, o di tipo razionalistico, o di tipo utilitaristico, come sta prevalendo nell’etica medica di stampo americano (il Bentham, più volte menzionato oggi, è il fondatore dell’utilitarismo; a lui risale anche la versione più attuale dell'utilitarismo, che non mira a massimalizzare la felicità e minimizzare il dolore, ma valuta le azioni sulla base di un calcolo di costi e benefici di tipo economico).

Del filosofo si ha paura perché porterebbe nella medicina, che ha maturato il suo statuto scientifico facendo ricorso al positivismo, una problematica da cui i medici si sono vaccinati.

Voglio, per amore di cronaca, citare anche un altro fantasma, un’altra paura: dopo le paure del prete, dello psicologo, del filosofo, la paura del rivale. È più banale delle altre, ma ha il merito della concretezza: «creiamo delle cattedre di etica medica, a chi andranno poi?».

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È un semplice problema di lottizzazione: a chi toccano quelle cattedre? appartengono ai docenti di medicina legale, per sistemare i loro assistenti? Andranno a finire agli «altri», intendendo per gli «altri» tutti coloro che pensano in modo difforme dal proprio? (Gli «altri» possono essere «i cattolici», o «gli abortisti», o coloro che «non hanno una morale»...).

Tutte queste paure hanno fatto propendere alcuni per una soluzione che è uno svincolo piuttosto facile, anzi facilone: sostenere che l’etica medica non si deve insegnare, non è né necessario, né opportuno istituire questo nuovo insegnamento. Una scappatoia più sofisticata è la diluizione dell’insegnamento: tutti i docenti di medicina devono insegnare etica medica (quando sappiamo con certezza che «tutti» vuole dire «nessuno»!). Diluire questo insegnamento, soprattutto privarlo di un referente di tipo accademico, vale a dire di qualcuno che nell’ambito accademico sia — con tutte le limitazioni che gli possono derivare dall’essere o un teologo o uno psicologo o un filosofo o uno della parte opposta, ma che dia rilevante corposità e concretezza all’etica medica —; rendere questo insegnamento uno spirito che aleggia sulla medicina, un compito che spetta genericamente a tutti i docenti, significa, a mio avviso, perdere un’opportunità che ha la medicina di fare un grande passo avanti verso la sua qualificazione in senso umanistico.