L’occhio clinico e l’occhio dell’artista

Sandro Spinsanti

L'OCCHIO CLINICO E L'OCCHIO DELL'ARTISTA

in L'allegoria del coma

Casa dei risvegli, Bologna 2009

pp. 30-37

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Nel corso della sua storia plurisecolare l'ospedale ha cambiato volto più e più volte. Una delle trasformazioni più radicali implicava anche una modifica del nome. È quanto aveva progettato la rivoluzione francese, che voleva dar rilievo al passaggio all'epoca moderna in tutte le strutture della società. L'ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui il bambino si poteva trovare accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la puerpera accanto al morente. Era destinato, infatti, a raccogliere la "fragilità" in tutte le sue forme. La critica della modernità all'ospedale ancien régime fu così radicale che il Direttorio propone di chiamarlo "hospice" invece di "hôpital". Nel corso del XIX secolo è avvenuta, in realtà, un'evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice (ospizio, in italiano) è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti, mentre l'hôpital (ospedale) ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione.

Ma l'evoluzione storica dell'ospedale è tutt'altro che conclusa. Una direzione di sviluppo è la ricomparsa, in modo del tutto inaspettato,

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nella seconda metà del XX secolo, del bisogno di "ospizio", inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. L'hospice ― nel significato che ha assunto all'interno del movimento per le cure palliative ― sta diventando un punto forte della politica sanitaria pubblica, decisa finalmente a far entrare anche l'assistenza durante il segmento finale della vita nell'ambito dei servizi alla salute da offrire alla popolazione.

L'hospice è il luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan adottato dall'Associazione italiana per le cure palliative: "Curare anche quando non si può guarire".

Lo sviluppo più recente della polimorfica trasformazione dell'ospedale è la "Casa dei Risvegli Luca De Nigris". Lo stato comatoso è il lato d'ombra di una medicina che sa supplire in modo del tutto inedito alle funzioni dell'organismo, ma non può impedire talvolta che la persona resti in mezzo al guado: non può tornare allo stato di coscienza, mentre le cure amorevoli la tengono legata a ciò che è restato della vita. La Casa dei Risvegli Luca De Nigris si presenta così come l'ultima versione dell'''ospitalità'' da offrire alla più inedita delle fragilità dell'essere umano. Una ospitalità che prende tutte le forme che l'ingegno umano sa offrire: dalla scienza ― e dalle risorse più sofisticate della tecnologia ― all'arte.

Nella gloriosa storia degli ospedali, motivo di orgoglio della civiltà occidentale, un posto di grande rilievo è stato attribuito all'arte.

Gli spazi di degenza erano decorati da affreschi

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o altre opere artistiche. Alcuni di questi cicli sono a ragione capitoli importanti nella storia dell'arte. Pensiamo agli affreschi nell'ospedale di Santa Maria della Scala ( il Pellegrinaio) a Siena. La sala che originariamente serviva come corsia maschile è decorata con affreschi del XV secolo, che rappresentano le attività principali della confraternita benefattrice: la cura dei malati, l'educazione dei trovatelli, la dispensa delle elemosine, il cibo offerto ai poveri.

Una decorazione analoga troviamo nell'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, a Roma, che è stato demolito e completamente ricostruito da Sisto IV, a partire dal 1473. All'interno della Corsia Sistina un grandioso ciclo di affreschi correva lungo la parte superiore della costruzione. La storia iniziale è quella che viene abbinata all'origine dell'ospedale: era stato pensato dal pontefice per porre fine all'atroce abitudine delle madri romane di uccidere i figli indesiderati e gettarli nel Tevere.

Due altri esempi celebri di arti sviluppatesi insieme ad attività di cura ospedaliere sono il fregio smaltato policromo in terracotta con la raffigurazione delle sette opere di misericordia all'Ospedale del Ceppo a Pistoia e l'affresco monumentale con il Trionfo della morte contenuto nel Palazzo Sclafani, trasformato in ospedale nel XV secolo, e oggi custodito nella Galleria nazionale della Sicilia, nel Palazzo Abatellis a Palermo.

Queste opere d'arte, con finalità di edificazione spirituale o di diletto estetico, erano complementari alla cura: il rapporto con le attività

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La ruota della fortuna sfortunata...

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di cura era estrinseco e contingente. Le opere d'arte abbellivano gli ambienti, ma non erano esse stesse un momento della terapia. L'opera di Wolfango collocata nella Casa dei Risvegli Luca De Nigris ci autorizza invece a immaginare un'altra funzione dell'opera d'arte nei luoghi di cura. La immaginiamo come un bilanciamento correttivo dell'" occhio clinico".

Con questa espressione si è soliti intendere la capacità del medico di penetrare al di là delle manifestazioni esterne della patologia, arrivando al nucleo sottostante alla malattia (così da essere in grado di identificare la terapia appropriata). La mitologia sorta intorno alle figure più di spicco della medicina attribuiva ai grandi medici delle capacità quasi divinatorie: il loro occhio sapeva leggere la realtà della patologia, al di là delle apparenze ingannevoli che questa può assumere in superficie. All'occhio clinico la malattia si manifesta nella sua nudità.

Anche facendo la dovuta tara ai racconti che enfatizzavano le capacità dell'occhio clinico, rimane il fatto che le capacità diagnostico-terapeutiche della medicina riposano su un riduzionismo sistematico. Il sapere proprio della medicina si identifica con la facoltà di isolare il fatto patologico dal soggetto malato e di cercare la causa ― e il possibile rimedio ― a un livello sempre più profondo: dalla persona malata all'organo malato, dall'organo alla cellula, dalla cellula alla molecola... Il prezzo da pagare al sapere scientifico, su cui si basa la nostra medicina, è la rinuncia a tutte le dimensioni dell'umano che riconosciamo invece

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come parti essenziali della nostra "normalità": l'individuo nella sua realtà di significati, simboli e valori culturali, con la sua vita fatta di parole e relazioni, sviluppata in un arco temporale che conosce un inizio e una fine.

Rispetto all'uomo a una dimensione conosciuto dalla scienza bio-medica, abbiamo bisogno di far emergere tutte queste altre componenti. Riadattando un celebre verso shakespeariano, potremmo dire che ci sono più cose nell'essere umano di quante ne conosca la nostra medicina... Queste sono, appunto, quelle che vede l'occhio dell'artista. Quelle che il dipinto di Wolfango rende visibili agli occhi della mente di chi varca la soglia della Casa dei Risvegli Luca De Nigris. Il luogo che all'occhio clinico potrebbe apparire solo come un frigido contenitore di scarti della medicina ― deplorabili insuccessi, esiti infausti, casi disperati ― si anima invece di emozioni, reti di affetti, progetti di vita. Con l'aiuto dell'arte anche una manciata di tratti indistinti può riprendere forma e ridiventare un volto (è la eloquente lezione del ritratto anamorfico). Di questa correzione dello sguardo abbiamo bisogno tutti: non solo coloro che per professione si dedicano a favorire i processi di guarigione, ma anche coloro che, a diverso titolo, circondano il malato.

Contrapponendo lo sguardo artistico all'occhio clinico non vogliamo svalutare quest'ultimo. È prezioso, ne abbiamo bisogno; e non potrebbe essere diverso da come si è formato. Ma vogliamo solo ricordarci che, come la visione profonda è bi-oculare, così la cura è bifocale: si compone del curare e del prendersi cura. E per prendersi cura di una persona bisogna anzitutto saperla vedere in tutte quelle componenti dell'umano che l'occhio clinico sistematicamente esclude. È un processo visivo che, con l'aiuto dell'arte, abbiamo bisogno di attivare in tutte le case dove è ospitato l'uomo fragile. Nella Casa dei Risvegli Luca De Nigris forse ancor più che in tutti gli altri luoghi ospitali.