Maschio e femmina: dall’uguaglianza alla reciprocità

CISF Centro Internazionale Studi Famiglia

Maschio e femmina: dall'uguaglianza alla reciprocità

a cura di Sandro Spinsanti

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1990

pp. 177-180

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INTRODUZIONE

Uno degli apporti più inattesi e promettenti dell’elaborazione recente della differenza sessuale, cresciuta intorno all’affermazione dell’esistenza di un soggetto femminile, è stata la proposta di considerare la specificità del soggetto morale femminile. In filigrana possiamo leggervi la protesta contro quel soggetto neutro che è il protagonista della nostra cultura: privo di determinazione sessuale all’apparenza, ma maschio di fatto. La donna ― afferma uno dei proclami della critica femminista ― è il neutro universale, meno il sesso maschile... Ma nell’esplosione della coscienza morale per sondare la specificità del soggetto femminile c’è qualcosa di più del solito combustibile che alimenta le polemiche del femminismo. C’è un’autentica volontà di conoscenza, che individua nella coscienza morale uno dei cammini privilegiati per ricostruire la formazione della personalità. Si tratta di verificare se uomini e donne seguano lo stesso cammino oppure percorsi differenziati.

Anche questo settore della psicologia dello sviluppo deve la sua origine all’immensa curiosità scientifica di Jean Piaget. Con un’opera già apparsa nel 1932, Il giudizio morale nel fanciullo, ha inaugurato lo studio della moralità infantile 1. Con più precisione, ciò che lo interessava non erano i comportamenti o i sentimenti morali, bensì il giudizio morale, vale a dire: la valutazione di ciò che è bene e di ciò che è male, e la giustificazione che il bambino ne dà. Analizzando l’atteggiamento infantile nei confronti delle regole da osservare nel gioco delle biglie e sollecitando

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i bambini a rispondere a situazioni illustrate da raccontini, Piaget ha stabilito alcune fasi costanti nello sviluppo morale. La psicologia ha acquisito così le nozioni di fase dell’eteronomia (fino al settimo, ottavo anno del bambino) e dell'autonomia, di realismo morale (cioè tendenza del bambino a considerare i doveri e i valori che vi si riferiscono come sussistenti in sé, indipendentemente dalla coscienza e dalle circostanze in cui l’individuo si venga a trovare), di maturazione da una morale del dovere a una morale del bene, nella quale la costrizione esercitata dalle regole viene sostituita dalla cooperazione e rispetto reciproco.

Il filone di studio della maturazione morale inaugurato da Piaget è stato poi sviluppato soprattutto da Kohlberg (in una quantità di ricerche, a partire dagli anni Cinquanta, e particolarmente in The philosophy of moral development, pubblicato a San Francisco nel 1981). L’analisi dello sviluppo del giudizio morale è stata prolungata da Kohlberg e dalla sua scuola fino all’adolescenza e differenziata nelle sue fasi. Nel complesso, il giudizio morale seguirebbe una progressione su tre livelli: da un punto di vista individuale passerebbe a uno societario, per sfociare a uno universale. Nella prima fase si avrebbe una comprensione egocentrica della giustizia, basata sul bisogno individuale; nella seconda, una concezione ancorata alle convenzioni consensualmente accettate dalla società; nella terza, un’idea basata su principi universali e fondata sulla logica autonoma dell’uguaglianza e della reciprocità. Solo quest’ultima concezione, in cui la giustizia si fonda su principi universali, realizza la piena maturità morale.

Piaget, Kohlberg... Poi è venuta una donna, di nome Carol Gilligan. Discepola di Kohlberg (ha firmato con lui una ricerca sulla scoperta del «sé» da parte degli adolescenti), ha innovato in modo radicale questo capitolo della psicologia. Non ha contestato le teorie dello sviluppo dei giudizi morali, ma ne ha denunciato la unilateralità. Quando parliamo del bambino (o dell’adolescente) ― ha affermato ― pretendiamo di svolgere un discorso universale, mentre in realtà discutiamo solo dell’esperienza maschile della moralità. Le categorie in base alle quali valutiamo il «normale» sviluppo evolutivo sono ricavate da ricerche riguardanti soggetti maschili. Rispetto a quello standard, il pensiero femminile circa la moralità viene considerato meno evoluto, più infantile.

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Questo vizio di fondo non riguarda solo la psicologia cognitiva: anche quella dinamica è manifestamente unilaterale, generalizzando all’essere umano ciò che vale per il genere maschile. Anche la psicanalisi si basa sull'immaginario maschile nel delineare lo sviluppo della crescita umana. Di conseguenza, per Freud l’esperienza femminile (la vita sessuale della donna e la sua coscienza morale) rimane un «continente oscuro».

La percezione femminile della propria esperienza morale non si può identificare con questi modelli evolutivi. Le donne non sentono rispecchiata da queste concezioni dell’etica quella che Joan Didion ha chiamato «l’inconciliabile differenza: quel senso di vivere la propria vita più profonda come sott’acqua, quell’oscuro coinvolgimento col sangue, la nascita e la morte».

«Per secoli ― ha affermato Carol Gilligan ― abbiamo ascoltato la voce degli uomini e le teorie dello sviluppo ispirate alla loro esperienza; oggi abbiamo cominciato ad accorgerci non solo del silenzio delle donne, ma anche della difficoltà di udirle, quand’anche parlino». Ovvero di considerarle infantili, immature, immorali, rispetto al parametro costituito dal ragionamento morale maschile. È la verità stessa (ma parziale!) delle teorie psicologiche sullo sviluppo morale che ha impedito di vedere la modalità femminile di concepire i conflitti e le scelte morali. La struttura etica che emerge dal pensiero delle donne è stata considerata come una deviazione del modello ideale, una specie di fallimento evolutivo. Insomma: rispetto al comportamento maschile considerato come «norma», bisogna riconoscere che c’è qualcosa che non va nelle donne...

Carol Gilligan, invece, è partita proprio dall’ascolto delle donne. La parte centrale del suo libro è costituita dai risultati di una ricerca condotta su donne che affrontavano la decisione di abortire. Analizzando il loro modo di definire un conflitto morale e di prendere decisioni, la studiosa ha fatto emergere un modo alternativo di concepire la maturità morale, che ha qualificato come «etica della responsabilità». Essa riflette il sapere cumulativo dell’umanità sui rapporti umani, più che un’idea universale di giustizia; concepisce i conflitti come una rottura della rete di relazioni, più che come un contesto tra valori gerarchicamente ordinati; articola la maturità etica intorno all’intuizione centrale dell’interdipendenza tra sé e l’altro.

Questa visione dell’etica è coerente con il posto che occupa la

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donna nel ciclo della vita umana, all’interno del quale il suo compito è quello di assicurare il legame affettivo. Il prendersi cura degli altri è tipico della modalità femminile di essere al mondo, e ciò informa il comportamento etico nella sua struttura più intima.

Qual è il significato di questa forte rivendicazione operata da Carol Gilligan di un altro atteggiamento morale per la donna, atteggiamento che non sia semplicemente uno stadio inferiore di uno sviluppo lineare destinato a concludersi nella moralità «maschile»? È la proposta di un’etica femminile al posto di quella maschile, una unilateralità sostituita da un’altra unilateralità? Oppure è un’utopia di integrazione tra due diversi ideali di rapporto interpersonale: quello che prevede che gli esseri umani saranno trattati con equità nonostante le differenze di potere, e quello in cui si prefigura che nessuno verrà lasciato solo e fatto soffrire?

Questi interrogativi sono stati il tema del dibattito di una tavola rotonda organizzata nell’ambito del convegno, mediante un confronto serrato con le tesi della Gilligan.

1 Jean Piaget, Il giudizio morale nel fanciullo, Giunti-Barbera, Firenze.