Minata l’autorevolezza del comitato di bioetica

MINATA L'AUTOREVOLEZZA DEL COMITATO DI BIOETICA

Intervista a Sandro Spinsanti

in Adista

anno XXIV, n. 5353, Roma 1995, pp. 5-6

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DOC-184. ROMA-ADISTA. La mancata riconferma nel Comitato Nazionale di Bioetica di alcuni rappresentanti del pensiero laico, accompagnata da nomine di cattolici "affidabili” (v. notizia precedente), ripropone una questione di fondo: la relazione che intercorre tra il principio d’autorità e il principio di scelta, ai fini di decisioni e regole che incidono sulla prassi esistenziale e sociale. Potrebbe sembrare esagerato riproporre tale questione, che attiene in sostanza allo statuto dell’etica, a causa di un decreto governativo. Ma il provvedimento, oltre ad apparire come un tentativo di captatio benevolentiae nei confronti dell’elettorato cattolico tradizionale, di fatto ripone nelle mani dell’autorità religiosa la direzione e il giudizio del senso morale collettivo. Di questo e di altro abbiamo parlato con lo psicologo Sandro Spinsanti, Coordinatore dell’Unità di ricerca e documentazione del «Fatebenefratelli», già consulente del CISF, il Centro Internazionale Studi Famiglia dei Paolini.

Di seguito la sua intervista.

ADISTA

Qual è il suo giudizio sulla vicenda del Comitato Nazionale di Bioetica? Condivide il motivo delle dimissioni di Giovanni Berlinguer da vicepresidente del Comitato stesso?

SPINSANTI

Ripercorrendo la vicenda della riconferma del Comitato nazionale di bioetica a qualche giorno di distanza dalle polemiche roventi che hanno accompagnato i fatti, il giudizio globale perde forse le punte più spigolose nutrite dall’emotività. Non per questo, però, diventa più benevolo. Anzi, si acuisce la sensazione che il Comitato nazionale di bioetica sia una splendida occasione mancata.

La bioetica, in quanto movimento culturale, ha portato la speranza di uscire dagli schematismi del passato, che riemergono puntualmente quando le passioni connesse con la vita civile prendono il sopravvento. Nella nostra storia culturale ciò ha significato la riproposta della divisione in guelfi e ghibellini. Gli schieramenti laici e cattolici circa la bioetica sono solo una variazione sul tema. Eppure la bioetica ― sorta come movimento da non più di un paio di decenni ― si presentava come proposta di una ricerca comune, fatta in nome di un interesse appassionato di tutti a trovare il consenso sulla regolamentazione dei comportamenti nell’ambito delle scienze della vita. Implicava la rinuncia al trionfalismo proprio di tutte le visioni ideologiche globali ― religioni incluse ― e l’apprendimento di una modalità nuova di correlare le diverse e inconciliabili visioni etiche in modo collaborativo e sinergico, invece che polemico e competitivo. Di fatto, non sembra che le cose si siano mosse in questa direzione. Almeno in Italia. Lo dimostra la conta delle appartenenze ideologiche che ha accompagnato ogni movimento all’interno del Comitato nazionale. In questi schematismi non si riesce a dar conto, ad

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esempio, dell’ispirazione cattolica di membri del Comitato che politicamente siano schierati a sinistra. La qualifica di "cattolici" o "laici” risulta così un letto di Procuste, a cui va addebitata la deformazione violenta che si opera in un pensiero che ha bisogno di essere invece differenziato, sfumato, capace di accogliere punti di vista diversi.

A questo punto, non mi sembra che porti un beneficio alla causa della bioetica schierarsi per l’una o l’altra posizione personale dei membri del Comitato, per quanto rispettabili e affini alle proprie preferenze. Dobbiamo piuttosto cogliere questa occasione per ripensare i meccanismi che guidano la rotazione dei membri del Comitato. Questa non è solo una questione procedurale, ma essenziale. Siamo di fronte, infatti, a un Comitato consultivo. In quanto tale, non ha autorità (chi potrebbe avere l’autorità di prescrivere comportamenti in nome dell’etica?). Tanto più necessario è, perciò, che abbia autorevolezza. Ma le vicende legate alle sostituzioni al vertice e nel corpo del Comitato ― non mi riferisco solo all’ultima sostituzione, ma anche a quella precedente sotto il governo Ciampi, che ha prodotto una virata in senso contrario ― minano proprio l’autorevolezza del Comitato.

ADISTA

Ci sono precedenti o analogie in istituzioni dedicate alla bioetica in altri Paesi che potrebbero ispirare i cambiamenti a cui lei accenna?

SPINSANTI

Il modello più convincente tra i Comitati nazionali resta, a mio avviso, quello francese istituito da Mitterand nel 1983. Sono state previste sia le istituzioni scientifiche che devono indicare i componenti del Comitato, comprese le religioni e "famiglie spirituali" che rappresentano il volto composito di una società pluralista, sia i criteri per il rinnovamento del Comitato. Metà dei membri è sostituita ogni due anni, cosicché il Comitato stesso si rinnova interamente ogni quattro anni.

Gli uscenti sono estratti a sorte (così si evita quel penoso giudizio sulle persone che è stato il lato più sgradevole della vicenda italiana). La sostituzione completa ogni quattro anni impedisce che i membri del Comitato si trasformino in "professionisti" dell’etica. Al contrario, il Comitato deve svolgere la funzione di foro pubblico, di luogo di scambio, in armonia con la logica universalistica che vuol fare dell’etica un bene pubblico, una res communis, piuttosto che un’attività di specialisti.

In assenza di un meccanismo procedurale trasparente di questo genere, ogni sostituzione nel comitato genererà una ridda di congetture e di processi alle intenzioni. Tutto ciò non può che offuscare ulteriormente l’immagine dell’etica agli occhi del pubblico.

ADISTA

Come può un credo religioso entrare nell’ottica di un’etica dialogica? Per un cattolico, in particolare, come è possibile conciliare "verità" divina e ricerca umana? Può la religione farsi coscienza della vita senza pretendere di "sapere" in anticipo la "natura" della vita?

SPINSANTI

La bioetica, che nasce dalla spinta verso un nuovo umanesimo nell’ambito della biologia e della medicina, può utilmente confrontarsi con la via percorsa dai credenti che si situano nell’ambito delle tradizioni che accettano una rivelazione di Dio nella storia. L’amore per l’uomo non si riduce per il credente a un vago sentimento di filantropia, né il rispetto della natura, riconosciuta come creata, equivale a un atteggiamento mentale di gretto conservatorismo. Le motivazioni della fede religiosa possono o debbono essere approfondite mediante un confronto con i problemi concreti che nascono dalla storia. Nel Vangelo non c’è una risposta letterale ai dilemmi che nascono dal prolungamento artificiale della vita in rianimazione o nell’ambito della procreazione medicalmente assistita; eppure il Vangelo ha delle indicazioni rilevanti rispetto a questi e ad analoghi problemi. Il credente per accedere a queste indicazioni etiche ha bisogno di fare un buon uso della ragione, non meno di quanto è richiesto a una persona non religiosa che voglia trovare valide indicazioni etiche al proprio comportamento.

Le religioni sono stimolate ad assumere nei confronti dell’etica della vita un atteggiamento nuovo, che può portarle alla scoperta di una forma inedita di ecumenismo. In clima ecumenico, i credenti di diverse religioni possono incontrarsi in un sol luogo per pregare insieme, senza che ciò implichi la rinuncia alla questione della verità, o l’appiattimento di tutte le religioni su un minimo comun denominatore. Analogamente, l’interrogazione sul servizio alla vita posta in nome della bioetica non pretende di trovare un minimo comun denominatore etico tra le religioni, né di smussare le divergenze tra di loro per un irenismo di maniera. Vuol dire, piuttosto, l’apertura di un campo di dialogo più vasto, reso possibile da quella rivoluzione copernicana che sta all’origine di ogni ecumenismo: le istituzioni, comprese quelle religiose, cessano di considerarsi tolemaicamente come una terra immobile, al centro dell’universo, e si considerano piuttosto come gravitanti attorno a un nuovo centro. In questo caso, quello costituito dal servizio alla vita.