Nostalgia dei maestri

NOSTALGIA DEI MAESTRI

Dieci personaggi nella storia della medicina

Le raccolte di Janus

Zadigroma editore, Roma 2005

pp. 7-13

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INTRODUZIONE

VIVERE E MODELLARSI

Evocare i maestri in medicina può suscitare diverse associazioni. Non tutte positive, non tutte piacevoli. C’è stata un’epoca in cui il titolo di maestro equivaleva a un’eccellenza nel sapere. Fascino personale e vasta cultura, anche in ambito umanistico, accompagnavano un’autorevolezza che i discepoli non osavano mettere in discussione. Dietro il maestro si formavano le scuole, alle quali i medici solevano richiamarsi con orgoglio. Non sempre queste adesioni favorivano un sapere critico; anzi, la pratica di iurare in verbo magistri non è scomparsa con l’affermarsi del metodo scientifico e della medicina sperimentale. Un universo anni luce lontano dal clima culturale odierno, dove il paradigma normale è quello dell’evidence based medicine.

Alla figura del maestro è associata anche l’idea di potere. Un potere che, soprattutto nell’ambito accademico, poteva esprimersi in atteggiamenti che esprimevano autoritarismo e arroganza. In ogni caso l’esercizio del potere amava sottolineare fortemente gli ordinamenti gerarchici. Non era raro, tanto per far un esempio che colpiva gli estranei al mondo medico, che il primario o il cattedratico si rivolgessero con il “tu” a colleghi più anziani, ma in posizione gerarchica inferiore, ricevendone a loro volta un rispettoso “lei”...

Non è questo scenario ― che vogliamo relegato al passato ― che intendiamo evocare nel proporre la figura di alcuni personaggi, aureolati del titolo di maestri in medicina. L’idea ispiratrice è relativamente semplice: la funzione di maestro fa riferimento al ruolo che assumono

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certe persone nello sviluppo della coscienza e, più in generale, nella crescita morale a cui ognuno di noi è chiamato.

L’accostamento tra vita morale e modelli può sorprendere. La riscoperta contemporanea dell’etica, infatti, è avvenuta per lo più all’insegna dei principi. Soprattutto nell’ambito della bioetica. Il modello americano, che dalla classica opera di Childress e Beauchamp, Principles of Biomedical Ethics, (1979) in poi è appunto noto come “etica dei principi”, ha costituito l’approccio vincente. Anche se poi è stato integrato da altre proposte teoriche, come l’etica delle virtù e l’etica della cura, non è mai stato completamente abbandonato. A suo favore milita anche la vicinanza, almeno linguistica, con la concezione ingenua di moralità, di cui facciamo uso quando vogliamo elogiare qualcuno, chiamandolo “persona di saldi principi”. Eppure l’etica non ha a che fare solo con principi, ma anche con modelli.

L’uso dei modelli in campo etico può essere illustrato prendendo come paradigma il progetto filosofico che, a primo avviso, appare il più alieno alla tematizzazione dei modelli etici, vale a dire la critica del linguaggio metafisico ed etico fatta da Ludwig Wittgenstein. La sua posizione è stata interpretata come un’irruzione di neopositivismo sulla scena filosofica della nostra cultura, impantanata in una insolubile crisi del linguaggio. Si è spesso ripetuto che il suo Tractatus logico-philosophicus è una delle opere più importanti del pensiero contemporaneo, ma solo per ridurre il suo progetto a un banale rifiuto di ogni affermazione che non possa essere verificata empiricamente, secondo la celebre prescrizione che chiude il Tractatus «Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

La critica del linguaggio impostata da Wittgenstein può avere ben altri esiti che la riduzione all’assurdo di ogni proposizione di tenore metafisico, religioso, etico o poetico. È vero che la sua avventura filosofica prende avvio da una rimessa in discussione della validità dell’uso del linguaggio per descrivere il mondo. Il linguaggio sembrava essersi scollato dai fatti descritti. In particolare Wittgenstein ha messo in discussione la validità del procedimento che porta a usare lo stesso linguaggio per connettere fatti e proposizioni, e allo stesso tempo per convalidare criticamente le relazioni intercorrenti tra linguaggio e mondo: ciò assomiglia al tentativo di arrampicarsi su una scala senza sostegni, sorreggendola al contempo. La possibilità di connettere fatti e proposizioni può mostrarsi, e quindi essere vista, ma non c’è maniera né di dirla, né di provarla.

Wittgenstein intendeva costruire una critica generale del linguaggio

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che mostrasse sia che la logica e la scienza hanno un ruolo fondamentale nel comune linguaggio descrittivo (linguaggio con cui produciamo una rappresentazione del mondo analoga ai modelli matematici dei fenomeni fisici), sia che i problemi circa l’etica, il valore e il significato della vita, i quali vanno oltre i limiti del linguaggio descrittivo, possono tutt’al più diventare oggetto di una visione mistica esprimibile solo con comunicazioni indirette. I neopositivisti hanno sfruttato la distinzione per contestare ogni validità al secondo tipo di discorso. Non era però questa l’intenzione di Wittgenstein. Secondo l’interpretazione fornita dal suo amico Paul Engelmann, che ha corrisposto col filosofo al tempo dell’elaborazione del Tractatus, egli intendeva esattamente il contrario di ciò che hanno compreso poi i neopositivisti. Il positivismo sostiene che ciò che conta nella vita è ciò di cui possiamo parlare in modo scientifico. Wittgenstein invece credeva appassionatamente che ciò che conta davvero nella vita è proprio quello di cui, dal suo punto di vista, si deve tacere.

L'etica non è una scienza

Il progetto del filosofo viennese era quello di separare ciò che è etico dalla sfera del discorso razionale. Il significato del mondo sta fuori del fattuale: nella sua sfera, fatta di valori e di significati, vi sono solo paradossi e poesia. Naturalmente non vuol affermare che la moralità è opposta alla ragione, ma soltanto che la sua fondazione è altrove.

L’etica non è una scienza. La sua verità non può essere dimostrata, ma solo mostrata. In pratica questo mostrare prende la forma di testimonianza. Per esprimere il significato della vita umana, la verità morale, le cose più importanti della vita, bisogna ricorrere ad altro che al linguaggio della vita quotidiana e della scienza. Per l’uomo buono l’etica è un modo di vivere, non un sistema di proposizioni. Una simile concezione dell’etica ci induce ad attribuire una rilevanza singolare al fatto che Wittgenstein stesso, finita la redazione del Tractatus, abbia abbandonato la vita accademica e il mondo borghese di Vienna in cui era cresciuto per andare a fare il maestro elementare in paesini sperduti delle Alpi austriache. Questa decisione di vita diventa un momento ermeneutico fondamentale che dischiude il significato della sua opera filosofica.

P. Engelmann ha sintetizzato la posizione di Wittgenstein nell’affermazione che il suo linguaggio è quello della «fede non espressa in parole». La prospettiva è ricca di sviluppi: «Tale atteggiamento, allorché sarà adottato da altri uomini della giusta statura, sarà la fonte da cui scaturiranno nuove forme di società, forme che non necessiteranno di

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comunicazione verbale, perché saranno vissute e in tal modo rese manifeste. Nel futuro gli ideali non saranno comunicati per mezzo di tentativi atti a descriverli (il che non può che operare un’azione di distorsione) ma da esempi di un’appropriata condotta di vita. E queste vite esemplari saranno di enorme valore educativo; non ci saranno dottrine espresse in parole che potranno sostituirle».

La vita vissuta, più che le parole, può esprimere l’inesprimibile, vale a dire la qualità umana della vita. Una dottrina etica è un appello alla comprensione; una vita esemplare all’imitazione. L’imitazione, rettamente intesa, ha un suo posto e una sua funzione nella vita morale. Spesso è stata diffamata come decisione etica inferiore, indegna di un uomo moralmente adulto. Grazie ad alcuni filosofi moderni, la sua qualità etica può essere rivalutata.

Imitazione, base dell'etica

Particolare importanza rivestono a questo riguardo le analisi fenomenologiche che Max Scheler ha dedicato al processo etico dell’imitazione. Egli ha distinto il capo dal modello. Il capo agisce per via d’autorità e di comando; la sua influenza si esercita mediante l'obbedienza. Il concetto di modello, invece, dice tutt’altra cosa. Il “modello”, nel senso profondo della parola, implica sempre un’idea di valore. Agisce per via d’esempio o mediante la forza che promana dalla sua personalità. Non impone il valore, questo piuttosto diventa vivo e attraente attraverso il modello. Quelli che lo seguono reagiscono alla sua influenza mediante un atteggiamento proprio che è l’imitazione (Nachfolge).

Quest’ultima non va intesa nel senso di copia, di riproduzione materiale (Nachahmung). I capi non muovono che la nostra volontà; i modelli strutturano il nostro stesso essere. Scheler definisce il modello come «il valore incarnato in una persona, una figura ideale che è continuamente presente all’anima dell’individuo o del gruppo, così che questa prende poco a poco i suoi tratti e si trasforma in essa: il suo essere, la sua vita, i suoi atti, coscientemente o incoscientemente, si regolano su di essa, sia che il soggetto abbia a felicitarsi di seguire il suo modello, sia che abbia a rimproverarsi di non imitarlo».

Anche se Scheler conosce la fedeltà riflessa e cosciente verso un modello, la sua analisi si sposta soprattutto su quella specie di fedeltà “vitale”, che si imprime misteriosamente nell’anima, pur sfuggendo alla percezione distinta, e magari alla coscienza, di colui che essa anima. «La persona (o il gruppo) che segue un modello non ha bisogno di conoscerlo in maniera cosciente e di sapere che essa lo ha per modello

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e che, giorno dopo giorno, forma il proprio essere sul suo, modella la propria personalità sulla sua. Arriverò anche fino ad affermare che molto raramente essa lo conosce come un ideale di cui sarebbe capace di definire il contenuto positivo, e che essa lo conosce tanto meno quanto più la sua azione formatrice è più potente su di sé».

Il “discepolo”, in ogni caso, non obbedisce a una forza di suggestione che emanerebbe da un modello. E neppure lo copia. La sua condotta cambia in quanto il modello esercita su di lui un “‘attrazione” (Zug), la quale, sviluppandosi e precisandosi, diventa amore. Questo amore non concerne questo o quell’aspetto o atto del modello, ma il centro stesso di tutto il suo essere, la sua essenza spirituale alla quale arriviamo così a partecipare. Sotto questa forma la relazione di fedeltà è atta a suscitare nel discepolo una trasformazione morale, una conversione del suo spirito, un rinnovamento del suo essere che né l’obbedienza, né il rispetto di norme astratte potrebbero produrre. L’origine e lo stimolo efficace al progresso morale bisogna cercarlo nell’influenza di persone concrete, dal destino esemplare, e non in regole puramente formali di portata universale.

Alla stessa conclusione giungeva anche Henri Bergson quando opponeva la morale chiusa, fondata sulla generalità imperativa di formule impersonali, e la morale aperta, la quale si incarna in una personalità privilegiata che diventa un esempio: «Perché i santi hanno imitatori; e perché i grandi uomini di bene hanno trascinato dietro a sé delle folle? Non domandano niente, e purtuttavia ottengono. Non hanno bisogno di esortare; non hanno che da esistere; la loro esistenza è un appello».

Da questi filosofi che hanno propugnato un’etica personalista accettiamo la perorazione a favore del modello nella vita morale. Allo stesso tempo impariamo a distanziarci da un’imitazione pedissequa e letterale, che porterebbe a spegnere l’esistenza morale autentica in una serie di tipi fissi. I modelli presentano una certa composizione di valori in una prospettiva storica che, per quanto recente, non si identifica mai con la nostra. Possono servirci da ispirazione, da segni indicatori del cammino; ma non devono sostituire lo sforzo morale creativo richiesto a ognuno.

Il modello etico non è un modello eroico

Un’ulteriore articolazione del discorso ci permetterà di precisare in che senso la cultura attuale autorizza il riferimento a modelli in ambito etico. Il modello etico va differenziato dal modello eroico. Non si

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tratta di rivisitare la terra degli eroi e degli ideali eroici. Noi viviamo in un’epoca che, a differenza dalle precedenti, vuol essere antieroica. Quando un insieme di valori diventa così carico di vitalità che la gente vuol vivere di esso e morire per esso, nascono figure eroiche. Gli eroi accompagnano necessariamente un sistema di valori e di pensiero che è stato abbracciato da una comunità. Le motivazioni eroiche cambiano col tempo. Possono derivare dal senso della persona, o dall’idea nazionale, o dallo zelo religioso. Così Achille cede il posto a Enea, per venir soppiantato da Parsifal. Sempre comunque l’eroe e il sistema di pensiero nel quale è incastonato stanno in una relazione di complementarietà: il primo è l’aspetto attivo del secondo. Valori e idee che non danno origine a eroi rimangono astratti esercizi mentali; eroi non integrati in un sistema di valori e di idee assomigliano ai vacui abitanti dei fumetti.

Nell’infanzia della cultura umana gli eroi rispondevano al bisogno psicologico di sicurezza, a quello di guida politica e sociale, al bisogno morale di tendere alla perfezione in pensieri e azioni. La nostra cultura sembra essersi estraniata dal mondo eroico. Abbiamo demitizzato la letteratura sacra con la nostra nuova capacità di leggere e comprendere i testi antichi; abbiamo deromanticizzato le grandi personalità del passato con la nostra comprensione dei motivi oscuri che soggiacciono al comportamento umano. L’approccio psicoanalitico negli studi storici ha portato a un sofisticato smascheramento dei proclamati ideali e motivazioni dei grandi uomini del passato. E diventato di moda disprezzare le “buone ragioni” offerte come spiegazione del comportamento umano e ci si è scaltriti nella ricerca delle “vere ragioni” nascoste dietro a esse. Nel vocabolario di queste scienze riduttive non c’è più posto per termini come “grande” o “piccolo” in riferimento alle personalità individuali, tutte esposte a un sospetto metodico. Uno degli aspetti più vistosi di questo umore antieroico è il crescente disincanto nei confronti dei leader della vita politica nazionale e internazionale.

Una critica a fondo dell’idea tradizionale di eroe è apparsa nella concezione dell’antieroe di tipo esistenzialista. È distinta dai prototipi di eroi negativi, come Lucifero o Prometeo, per il fatto che deriva da un’esperienza di confusione e di insuccesso, che è un elemento costitutivo della condizione umana dei tempi moderni. Una giustificazione filosofica estesa dell’antieroismo si trova negli scritti di Jean Paul Sartre. Il suo intellettuale è condannato all’insuccesso dalla sua stessa lucidità. Perché un tale eroe è necessariamente conscio di sé, è incapace di perdere se stesso buttandosi a corpo morto nell’impegno di un’azione. Tanto più intensamente dà se stesso agli altri, tanto più completamente

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è solo, prigioniero del suo ego privato. È la sua tragedia, sostiene Sartre.

Più che ogni altra forma d'arte il romanzo è servito a riflettere la frattura dell’antico ordine delle cose. Testimoniando il sorgere dell’epoca moderna, ha disegnato per noi un nuovo modello di realtà. Il risultato è un quadro della realtà così lontano dal mondo dei nostri padri che la loro tradizionale idea di eroe non è più concepibile come possibilità artistica. All'Odissea di Omero fa riscontro l'Ulisse di Joyce. Leopold Bloom, la cui giornata è scandita dalle funzioni fisiologiche più umili, fa da contraltare all’eroe omerico. Bloom è l’ultimo eroe di oggi: l’aureola di nobiltà che lo circonda è quella della vita ordinaria. È la vita ordinaria, in tutta la sua mondana consistenza, il re e l’eroe di oggi. Tutto dà a credere che per lungo tempo a venire nessun eroe sarà nostro compagno di viaggio.

Ci piaccia o no, dobbiamo tener conto di questa situazione quando ci proponiamo di presentare la vita di alcune persone come modelli. Sulla nostra cultura soffia un vento antieroico che minaccia naufragi. La tendenza è piuttosto quella di sottoporre al vaglio di un’analisi accurata le figure emergenti del nostro tempo prima di accettarle come straordinarie. Troppe tra di esse si rivelano il prodotto dei fabbricanti d’immagini. In passato molto facilmente sono stati adottati eroi; spesso siamo stati disillusi. Ora siamo più cauti. Una cosa è certa: una figura umana eccellente dal punto di vista etico per avere udienza deve evitare di presentarsi con il cliché dell’eroe. Non sono, dunque, né eroi né santi i “maestri” nella pratica della medicina che vengono qui presentati.

I lettori di Janus conoscono già questi ritratti. Sono stati pubblicati a cadenza regolare nella rubrica “Nostalgia dei maestri”. Senza un disegno sistematico e senza alcuna intenzione di esaustività, ma con la forte consapevolezza che nelle medical humanities c’è posto ― un grande posto ― per la memoria. La storia della medicina è fatta di saperi e di tecniche, ma soprattutto di uomini. La raccolta di biografie che pubblichiamo ne presenta un manipolo, ristretto nel numero ma di alto significato. Alcuni hanno trascorso la vita in prima linea, in un corpo a corpo quotidiano con i fatti patologici, altri si sono collocati nelle retrovie, là dove si elaboravano le grandi visioni strategiche della medicina contemporanea. Per tutti è legittima la qualifica di maestri, perché hanno fecondato le menti di altri e acceso entusiasmi. Li riproponiamo perché siamo convinti che di visioni ampie e di motivazioni indomite ha bisogno, più che mai, la medicina dei nostri giorni.