Nutrimento e sostenibilità

Sandro Spinsanti

NUTRIMENTO E SOSTENIBILITÀ: SOBRIETÀ/SPRECO

in ADVAR Incontri culturali 2015

n. 27, pp. 45-60

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Sulla base dei numeri e della concretezza a cui ci ha richiamato il dottor Paccagnella, cercherò di ampliare un po' l'orizzonte, collocando il problema dell'alimentazione e del cibo su tre diversi scenari.

Il primo è quello della medicina, per la quale il cibo è un problema di salute ― o, inversamente di comportamento patologico ―; il secondo quello dell'etica, ovvero della società giusta; il terzo è quello della spiritualità (come dobbiamo nutrirci se aspiriamo alla saggezza?].

Prendiamo le mosse dal fatto che talvolta il mangiare può diventare un sintomo. Nel film di Castellitto, appena uscito nelle sale, "Nessuno si salva da solo", c'è una nutrizionista, Delia, che dice a colui che va a trovarla e che diventerà poi il suo compagno: "Non immagini quanto dolore sia legato al cibo".

Ecco questo sarà il primo tema delle nostre riflessioni: quanto dolore è legato al cibo. Il nutrimento può diventare un sintomo psicologico, addirittura psichiatrico, quando il nutrirsi (troppo o troppo poco] non è più un atto fisiologico, ma diventa una malattia.

La prima, fondamentale domanda, è: il nostro modo di nutrirsi è normale o patologico? Come è il nostro mangiare dal punto di vista della salute? Tutti sapete che esistono patologie legate al cibo, come l'anoressia e la bulimia. Ai nostri giorni a queste patologie classiche, che tutti conoscono almeno per nome, se ne è aggiunta un'altra: l'ortoressia, cioè l'ossessione per il cibo sano.

In genere comincia con una dieta e di lì, poi, diventa una preoccupazione ossessiva. Gli psichiatri parlano anche di vigoressia, che è l'ossessione per i muscoli, e via elencando. Ma il fatto importante è che queste patologie si diffondono, sono diventate una piaga sociale e, come denunciava la copertina di un numero recente della rivista Mente, dedicato ai disturbi alimentari: "Piccole ossessioni crescono". Fin da piccoli si può essere presi nelle spire dei disordini alimentari; e non più soltanto donne o ragazze, ma anche maschi.

Qesto è il problema medico, in cui non mi addentro. Mi limito a menzionare che esistono anche questioni etiche molto interessanti in questo scenario. A cominciare dalla questione dei limiti: fin dove arriva il potere della medicina? Un problema molto delicato è quello dell'alimentazione forzata delle persone anoressiche.

Siamo autorizzati a salvare la vita a una persona anoressica, obbligandola a nutrirsi contro la sua volontà? E ancora: fin dove arriva il

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potere dello Stato? È interessante, perché c'è stato qualche anno fa ― forse qualcuno lo ricorda ― un ministro della Salute che diceva che bisogna fare le porzioni più piccole, nei ristoranti! Sembra proprio una personificazione dello Stato-bambinaia (nanny, si dice in inglese

In una prospettiva liberistica è impensabile che lo Stato, anche se preoccupato per la salute dei cittadini, arrivi a prescrivere le porzioni che vengono servite.

È interessante che negli Stati Uniti, patria del liberismo che non accetta intrusioni dello Stato, ci siano altre forme di interferenza con l'ambito della libertà personale.

Per esempio, ci sono assicurazioni che formulano un contratto con le persone assicurate: se accettano di farsi misurare quotidianamente le calorie ecc., hanno uno sconto sull'assicurazione...

Rimane la questione per noi che auspichiamo un Welfare State: lo Stato fin dove può arrivare? Sicuramente l'obesità è diventata una grande piaga in alcuni Paesi e sta espandendosi anche da noi.

È un grande problema di salute pubblica e ci pone questi interrogativi: fin dove lo Stato o il Servizio sanitario nazionale può estendere il suo senso di responsabilità, determinando che cosa e in quale quantità possiamo mangiare?

Magari contrapponendosi alle strategie di profitto delle grandi catene alimentari, che non si preoccupano affatto delle patologie che inducono con i cibi che offrono. Mi limito ad accennare a questi problemi, che meriterebbero un amplissimo sviluppo.

Vorrei piuttosto condurvi a riflettere sull'alimentazione come sintomo, ma non di problemi psicologici o psichiatrici di salute, bensì come sintomo di un disturbo culturale. In altri termini, l'alimentazione può essere equilibrata o squilibrata, ma nel senso del buono o cattivo funzionamento sociale.

Ci domandiamo: "Che posto occupa il cibo nella nostra vita sociale?". La prima fondamentale osservazione è che esiste un'oscillazione molto vasta, quasi estrema, tra carenza e abbondanza.

Noi non siamo tra quelli che muoiono di fame; ma non dobbiamo dimenticare che nel mondo ci sono milioni di persone che soffrono per scarsità di cibo e di fame muoiono:

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"Conosciamo la fame, siamo abituati alla fame: abbiamo fame due, tre volte al giorno. Nelle nostre vite non esiste niente che sia più frequente, più costante, più presente della fame ― e, al tempo stesso, per la maggior parte di noi, niente che sia più lontano dalla fame vera. Conosciamo la fame, siamo abituati alla fame: abbiamo fame due, tre volte al giorno. Ma tra la fame ripetuta, quotidiana, saziata ripetutamente e quotidianamente che viviamo noi, e la fame disperante di chi non può soddisfarla, c'è tutto un mondo"

(Martin CaparrosLa fame, Einaudi, Torino 2015)

Poi c'è l'altro versante, che è il nostro, in cui la patologia o lo squilibrio non è del cibo che manca, ma del cibo in eccesso.

Anche se tendiamo se tendiamo a dimenticare il nostro passato, siamo ancora molto vicini ― dal punto di vista storico, sociale, cronologico ― a una società in cui il cibo era piuttosto carente. I nostri nonni, soprattutto nel contesto della cultura contadina, faticavano moltissimo ad avere cibo sufficiente.

Mi piacerebbe raccontarvi un po' quello che ha fatto Chiara Frugoni, che è una storica, e ha raccolto le testimonianze di un paese, Solto, sul lago d'Iseo, su come vivevano i nonni fino agli anni Cinquanta.

Ha intervistato gli anziani sopravvissuti per farsi raccontare da loro com'era la vita "da stelle a stelle", cioè quando si lavorava dalle prime luci del mattino alle ultime della sera (Chiara Frugoni: Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino, Laterza, Bari 2003).

Un capitolo interessantissimo è proprio quello dell'alimentazione, sempre uguale: polenta, polenta, polenta e sempre scarsa.

Noi siamo passati, nel giro di una o due generazioni, dall'alimentarsi per sopravvivere ad alimentarsi per super-vivere.

L'alimentazione per noi non è più finalizzata alla sopravvivenza, ma è un eccesso nell'altro versante: in quantità e interesse.

E qui c'è uno degli interrogativi che ci dobbiamo porre, mettendoci davanti allo specchio: "Ma è sana una società in cui il cibo è diventato l'ossessione numero uno?" Ho forse polemizzato con l'invasione dei programmi culinari in televisione, contro Master chef? No, non ho detto niente, io; ma ci avete pensato voi, sicuramente!

La distribuzione del cibo sul pianeta è anche un indicatore di ingiustizia. In questo senso parlo di etica. Ed è una questione che riguarda i governi le loro politiche; ma ha anche a che fare con la

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nostra vita quotidiana, con le nostre scelte personali. Noi ci comportiamo male. Non possiamo giustificare i nostri comportamenti riguardo al cibo se li mettiamo su questo scenario, che va al di là di quello che abbiamo sul piatto.

Se li mettiamo in uno scenario sociale, e soprattutto in uno scenario mondiale, non possiamo che concludere che siamo di fronte a un sintomo di società squilibrata. Il nostro giudizio etico sul modo in cui ci alimentiamo è, globalmente, negativo: è intrecciato con l'ingiustizia, è prevaricatoria nei confronti dei più deboli, pecca di eccessi e dismisura.

Vorrei portare ora la vostra attenzione sul terzo scenario, che chiamerei lo scenario della spiritualità. In senso molto ampio, il nostro nutrirci è anche un sintomo spirituale, un problema che ha a che fare con il senso della vita. Domandiamoci, in modo estremamente elementare: il nostro modo di alimentarci è saggio o stolto? Ovvero: quando il nostro modo di nutrirci diventa un vizio e non può più essere catalogato come una virtù?

Intanto, una osservazione generale: nell'educazione tradizionale l'assumere cibo era legato a certi rituali, aveva vincoli. Che fossero quelli del buon comportamento a tavola e dello stare insieme convivialmente (i bambini non si potevano alzare; il cibo andava rispettato; non si sprecava niente).

L'alimentazione era un elemento di una ritualità e prevedeva una specifica educazione. Tanto che il dilagare di comportamenti alimentari malati, di cui parlavamo all'inizio, qualcuno lo fa proprio risalire al fatto che oggi, fin da bambini, non ci sono più regole. L'alimentarsi non ha più tempi, ritmi, abitudini.

Ma oltre a queste regole formali, c'erano anche digiuni, astinenze. Pensate al cibo Kosher per gli Ebrei, Halal per gli Islamici. Questo vuol dire che dietro al cibo ci sono dei vincoli. Anche noi come vetero-cattolici avevamo i digiuni, le limitazioni in Quaresima.

Ma chi li osserva più? Nell'ambito del cattolicesimo i vincoli alimentari oggi sono irrilevanti, forse inesistenti. È solo la liberazione da vincoli arcaici, che ai nostri giorni non hanno più senso?

Lasciatemi avanzare un dubbio. E lo voglio fare con una citazione, tratta da un libro, di cui parlerò ancora più avanti: Se niente importa (Jonathan Safran Foer: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, Guanda, Parma 2010).

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In questo libro c'è una premessa, in cui l'autore racconta della nonna; è, appunto, l'episodio intitolato "Se niente importa". In inglese il libro si intitola Mangiar carne; ma l'editore italiano ha ritenuto quel paragrafo introduttivo così importante da assumerlo come titolo dell'intero volume.

L'autore, Jonathan Safran Foer, è ebreo; la sua famiglia, prima di stabilirsi in America, viveva nell'Europa orientale e ha patito fortemente per la persecuzione razziale nazista. La nonna di Safran Foer racconta come, prima che arrivassero i tedeschi, la comunità ebraica vivesse con le sue tradizioni, il cibo rituale ecc. Poi, cambiò tutto.

"Durante la guerra ci fu l'inferno in terra e io non avevo niente. Avevo lasciato la mia famiglia, scappavo sempre, giorno e notte, perché i tedeschi mi stavano alle calcagna. Se ti fermavi eri morto. Il cibo non bastava mai.

Mi ammalavo sempre di più a forza di non mangiare. Non solo ero pelle e ossa, avevo piaghe in tutto il corpo, facevo fatica a muovermi. Non era un granché mangiare dai bidoni della spazzatura, ma mangiavo quello che gli altri non erano disposti a mangiare. Se ti adattavi potevi sopravvivere.

Io prendevo tutto quello che riuscivo a trovare, mangiavo cose che non ti direi mai. Anche nei periodi peggiori c'erano delle persone buone. Uno mi insegnò come legare il fondo dei pantaloni per imbottirmi le gambe con le patate che riuscivo a rubare.

Camminavo per chilometri e chilometri in quel modo perché non sapevi mai quando avresti avuto di nuovo fortuna. Uno mi diede un po' di riso una volta e io camminai due giorni per andare a un mercato e lo barattai con del sapone e poi andai a un altro mercato e barattai il sapone con dei fagioli. Dovevi avere fortuna e intuizione.

Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero.

Entrò in casa e uscì con un pezzo di carne per me.

"Ti salvò la vita ― dice il nipote

"Non lo mangiai".

"Non lo mangiasti?"

"Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale".

"Perché?"

"Cosa vuol dire, perché?"

"Come? Non era Kosher."

"Certo, ma neppure per salvarti la vita?"

"Se niente importa, non c'è niente da salvare".

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Ecco, io credo che questa lezione ci aiuti un po' a collocare la nostra riflessione sul cibo molto in profondità nelle regioni dell'umano. Non è più soltanto una questione di quantità, di calorie, ma è una questione della cura del corpo dentro una scala di valori.

Mi permettete di ricordarvi questa frase, che conosciamo molto bene, del Vangelo di Matteo, nel Discorso della Montagna: "Non preoccupatevi troppo del mangiare e del bere che vi servono per vivere, o dei vestiti che vi servono per coprirvi. Non è forse vero che la vita è un dono più grande del cibo e che il corpo è un dono più grande del vestito?" (Mt. 6,25).

Il problema spirituale del nostro tempo si presenta come ciò che in psicologia si chiama il cambio di Gestalt, che avviene quando si inverte il rapporto figura-sfondo. Nelle parole di Gesù il cibo è lo sfondo, rispetto alla figura, che è la vita; ma se lo sfondo diventa figura, noi entriamo dentro uno smarrimento spirituale.

Se l'alimentazione da sfondo diventa figura, abbiamo il problema spirituale del nostro tempo. Gianfranco Marrone ha usato il termine gastromania per fotografare il malessere del nostro tempo (Gastromania, Bompiani, Milano 2014).

Da gastronomia a gastromania: un cambiamento epocale. A suo avviso, "oggi l'alimentazione ha superato la sfera, pur ampia, che le è stata propria per lungo tempo [quella che dal bisogno di nutrizione porta ai piaceri del palato, ai riti culinari e ai loro radicamenti culturali) e ha invaso ogni altra dimensione dell'esistenza, individuale e collettiva. La gastronomia abbraccia fenomeni molto diversi: dalla moda più effimera alla rivendicazione politico-sociale più dura, passando per il marketing mediatico o i processi storici di costituzione delle identità locali".

Quando noi passiamo dalla gastronomia alla gastromania, abbiamo la fotografia del nostro disagio spirituale, del malessere spirituale della nostra civiltà. Del cibo si parla in continuazione, mangiando e non mangiando.

È un po' come leggiamo in Primo Levi e in altri sopravissuti dai lager su coloro che vi morivano di fame: parlavano sempre di cibo, pensavano sempre al cibo. Qualcuno ha usato una parola molto più dura per descrivere il nostro rapporto con il cibo: "foodporn". Il parallelo con la pornografia non è tanto fuori luogo: se invece di vivere il

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piacere, lo si consuma guardandolo, il rapporto con il cibo comincia a diventare analogo alla pornografia. Un fenomeno dilagante che ci autorizza a stabilire questo parallelo è la curiosa abitudine di fotografare il piatto. Forse lo avete visto al ristorante.

È come se il cibo venisse gustato con gli occhi, piuttosto che con il palato. Quella foto è destinata agli amici dei social network e maturiamo il chiaro sospetto il cibo sia chiamato a nutrire l'ego, piuttosto che il corpo. Ecco, il cibo che ruota intorno alla persona, come i pianeti ruota no intorno a una stella.

Di fronte a questa patologia spirituale del nostro tempo, cosa possiamo fare? In questi ultimi minuti della conversazione mi limito a suggerirvi alcuni percorsi alternativi al trend attuale. Essi naturalmente implicano i comportamenti responsabili di cui si è parlato questa sera, come il non-spreco e il rispetto del cibo; ma credo che possiamo andare estendere ulteriormente l'impegno a cambiare i nostri comportamenti alimentari.

Cominciamo con una domanda molto semplice. È quella che si pone Jonathan Safran Foer, il nipote della donna che accetta il rischio di morire pur di non mangiare un cibo proibito: "Cosa c'è nel piatto?". Nel suo libro fa un percorso, in cui cerca di diventare consapevole di che cosa ci viene offerto come cibo, ma soprattutto di come ci è arrivato nel nostro piatto.

Per rispondere ci invita a fare tutti i percorsi degli allevamenti intensivi, di come vengono trattati gli animali prima di diventare nostro cibo, della gestione sociale delle catene alimentari, del fast food: tutto quello che conosciamo molto bene, anche se per lo più evitiamo di pensarci.

Safran Foer arriva alla conclusione personale che, se consideriamo quello che viene fatto agli animali per farli diventare nostro cibo, non è etico mangiare carne. È una questione su cui non è opportuno fare i missionari. Parliamo piuttosto del non mangiare animali sotto il segno della salute/saggezza, piuttosto che del "sacro".

Certo, è vero, dottor Paccagnella, che molte indicazioni alimentari diventano precetti morali, sviluppano integralismo, acquistano il tono di una crociata. Pensate a quanti fanno del cibo una questione quasi di indottrinamento.

Con toni molto meno enfatici, propongo il percorso che parte dalle domande: "Cosa c'è nel piatto?" "Come ci è arrivato?: è un percorso

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di consapevolezza su che cosa è il cibo e che cosa implica nutrirsi.

Questa consapevolezza non è una prerogativa delle persone religiose. È una spiritualità trasversale, che vale tanto per i religiosi quanto per i laici. Una spinta efficace in questa direzione, a mettere l'alimentazione sotto il segno della consapevolezza, viene dal movimento di Slow Food.

Propone un "Cibo buono, pulito, giusto" [cfr. Carlo Petrini: Cibo e libertà, Giunti, Firenze 2013). I tre elementi sono assolutamente interfacciati e intrecciati. Cibo buono, anzitutto: non si tratta di pratiche ascetiche, né di privarci del piacere del cibo, ma di valutare che cosa mangiamo con tre parametri.

Quello della bontà [gradevolezza) resta fondamentale. Ma il cibo deve essere anche pulito. E qui c'è tutto il grande discorso sul che cosa va nel nostro piatto e attraverso quali percorsi.

Che cosa ci viene dagli allevamenti intensivi? Quante delle nostre patologie dipendono da quegli ormoni, da quegli antibiotici con cui vengono trattati gli animali? Basterebbe pensare al menarca precoce delle bambine, a causa dei trattamenti ormonali a cui viene sottoposta la carne che mangiano: tanto per dire di che cosa stiamo parlando, in concreto.

E "giusto". Questa esigenza implica gli aspetti che abbiamo visto dal punto di vista sociale. Dobbiamo diventare consapevoli della loro importanza. Pensate a quei ristoranti che si fanno pubblicità promettendo: "All you can eat". "Venite, pagate un prezzo fisso e mangiate tutto quello che potete". Mangiate, non misurate quello che mangiate "All you can eat". È l'antitesi dell'alimentazione consapevole. La consapevolezza ci chiede di considerare il cibo come una cura. È un piacere, certo; ma è anche una cura.

Molte patologie spirituali dipendono dal fatto che noi abbiamo cessato di aver cura di noi e degli altri. Non solo del proprio ego, ma della propria crescita, e di avere cura degli altri.

Il cibo è un bene prezioso, da condividere, non da ingurgitare con una avidità senza limiti. C'è una bulimia che non è propria soltanto delle patologie dovute ai comportamenti alimentari, ma dipende dal volere sempre di più.

E non dimentico l'ambito di interesse dell'Advar: quello che fa per promuovere l'attenzione culturale ai problemi di fine vita. Anche qui la "giusta misura" è decisiva: né troppo poco, né troppo.

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Lasciatemi concludere con una provocazione. Qual è il nutrimento più raro e costoso? Il nutrimento che ci tiene in vita è la vita degli altri. Perché noi ci nutriamo di cibo, certo; ma la vita si prolunga perché qualcuno, con la sua cura, aggiunge anni alla nostra vita.

E non di rado ciò significa che ci nutre con la propria vita. Pensate semplicemente che cosa significa fare per anni e anni da caregiver a una persona non più autosufficiente. Ci sono studi epidemiologici che sono giunti a concludere che la vita di chi ha svolto per lungo tempo funzione di caregiver è in media di sette anni più breve della sopravvivenza di persone della stessa età.

Ora, ci sono delle persone per le quali questa bulimia di vita arriva a non rispettare nessun limite, a non conoscere la sazietà, a non poter dire basta. Forse il significato simbolico della moda dei vampiri non è fuori luogo: noi ci nutriamo della vita degli altri, così come i vampiri succhiano la vita altrui.

Ma bisogna saper riconoscere quando la misura è colma, saper dire "basta"; bisogna crescere spiritualmente fino al punto di non voler strappare un prolungamento alla vita a costo della vita degli altri.

Per terminare vorrei citarvi ancora una pagina, che ho trovato molto efficace nel descrivere, con una metafora, la ricerca della giusta misura. Si tratta del libro di Michele Serra: Gli sdraiati [[Feltrinelli, Milano 2013).

C'è alla fine del libro un bisnonno, che dà delle istruzioni sapienziali a una nipote e le dice: "Il grande problema è che noi non ci prepariamo mai alla morte, a morire. Non ci basta mai la vita. lo, però, faccio un esercizio quotidiano". E glielo descrive così: "Mi piazzo davanti allo specchio, ripasso per bene la mia fisionomia e poi faccio uno scarto di lato, il più veloce possibile, continuando a guardare lo specchio. Può sembrare una cosa assurda e forse lo è, ma anche in mia assenza lo specchio continua a riflettere, imperterrito, la luce del modo: le piastrelle del bagno, la mensola con la radio e il pennello da barba, un pezzo di finestra e dentro la finestra i rami del platano e qualche uccellino che va e che viene.

Non hai idea di come mi rassicuri vedere che gli uccellini neanche si accorgono che sono sparito.

Non mi tengono in alcun conto, gli uccellini. Tra morire bene e morire male, a parte le cause tecniche dell'evento, la vera differenza

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è essere contenti che gli uccellini ci siano anche quando tu non ci sei più, oppure dolersene e invidiare ai vivi la vita".

Ecco fin dove ci ha portato la riflessione sul cibo e sull'alimentazione che ci tiene in vita.

Grazie.

Luciano Franchin

Mi pare di capire che le suggestioni che ci sono state date questa sera sono molte e dispiace veramente che a un certo punto dovremo andarcene da questa sala...

Voce dalla sala

... a mangiare [risate]

Luciano Franchin

... a mangiare, andare a cena. Patologie spirituali, che hanno a che fare con il cibo e che, forse con il cibo possono venire curate.

Permettetemi due brevi accenni, ma nulla a che vedere con le relazioni così corpose dei nostri due docenti. Quando posso cerco di sfatare sempre uno dei luoghi comuni più diffusi. E cioè quello che è legato all'uso della parola 'epicureo'.

Sei un epicureo. Parola, forse, un po' desueta oggi, perché, insomma, non si studia più tanto, ma l'idea era che epicureo è uno che mangia a dismisura, che si dà ai piaceri, che non ha limiti nelle sue cose. Non voglio qui fare un ragionamento su Epicuro.

Basti ricordare, tuttavia, che Epicuro era il più lontano dall'epicureismo di quello che si può pensare. Anzi la parola, 'ismo' è stato inventato proprio come forma di dileggio e di disprezzo.

Epicuro spesso ricorda che è sufficiente mangiare poche olive e poco pane e anche nel suo kepos, nel suo giardino ricordava sempre quella sobrietà dell'alimentazione che è cura dello spirito, prima di tutto. Quindi se vi dicono, un giorno capiterà che vi dicano: "Sei epicureo", non offendetevi e ringraziate perché è una forma di apprezzamento per la vostra capacità di controllare l'esistenza anche attraverso il cibo.

L'altra è una citazione, anche questa molto nota, di quelle che si trovano nei Baci Perugina, tanto per dire un alimento calorico e che, però, molto spesso non si sa che deriva da un filosofo.

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Quando si dice: "L'uomo è ciò che mangia", questa è una dichiarazione fatta da un grandissimo filosofo tedesco, che si chiamava Ludwig Feuerbach e che metteva in luce la forte relazione (Feuerbach è un filosofo che vive nella prima metà dell'Ottocento) tra il cibo e la condizione sociale nella quale il cibo esiste.

"L'uomo è ciò che mangia" era, dunque, il segno di una condizione sociale e vedere quello che uno mangiava era anche il segnale della sua situazione economica, della sua appartenenza a una classe.

Una volta esistevano le classi sociali. Anche questa è una parola desueta come epicureismo. Non si usano più tutte e due.

Questo per dire che la traccia che potremmo inseguire attorno al tema del cibo è una traccia molto fluida, che ci porterebbe in molti luoghi e se avessimo avuto anche una quarta serata a disposizione avremmo anche potuto dedicarci al nutrimento nell'ambito della letteratura, la letteratura come nutrimento o il cibo nelle citazioni letterarie. Avremo, forse, modo in questi lunghi mesi, come dire, di disfunzione nutrizionale, dovuta all'Expo, di rifletterci un po'.

Come costume apriamo la riflessione al dibattito, al racconto da parte del pubblico. Approfitterei subito della prima mano alzata.

Se, cortesemente, vi presentate ...

Anna Nicolini

Io sono la dottoressa Anna Nicolini.

Volevo fare una domanda al dottor Paccagnella, che prima ha detto che il 42% del cibo buttato via è costituito da prodotti scaduti. Io ho lavorato in ambito farmaceutico e ho letto su Medical Letter un articolo molto importante per me, perché oltretutto sono friulana, quindi taccagna e utilizzo moltissimo i prodotti scaduti.

Perché? Perché è ora di smetterla di buttare via i prodotti farmaceutici scaduti, perché hanno una valenza, diciamo al 90% alla data di scadenza, quindi si possono utilizzare tranquillamente e quello che viene mostrato come uno spauracchio è un fatto puramente economico. Quindi, ai Trevigiani diciamolo di non buttare via i farmaci scaduti, soprattutto se sono integratori alimentari, prodotti di vitamine, minerali, sostanze di valenza non così potente come certi farmaci medici che vengono utilizzati per terapie oncologiche e via dicendo. Vorrei il suo parere su questo, dottor Paccagnella.

Un momento solo perché voglio finire con un ringraziamento al

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professor Spinsanti, che ha toccato il mio cuore e con il suo intervento mi ha commosso.

Agostino Paccagnella

Voi sapete che abbiamo una legislazione europea, che dice che il prodotto deve essere consumato 'entro il...' oppure 'preferibilmente entro il...' e queste sono indicazioni che, per gli alimenti sono un po' aleatorie, nel senso che, sono d'accordo con lei, molti prodotti che scadono il giorno X (pensiamo a un prodotto di largo consumo come il latte) e all'assaggio risultano ancora buoni.

Secondo me bisogna utilizzare il buon senso. Questi sistemi sono a protezione del consumatore, ovviamente, perché non si può lasciare in frigo una bottiglia di latte per due mesi oltre la scadenza. Però è anche vero che bisognerebbe usare il buonsenso.

Per esempio un formaggio che ha la muffa, si può pulirlo e togliere la muffa. Ci sono dei prodotti che, invece, vanno eliminati anche se non sono ancora scaduti. Pensate agli affettati confezionati quando si gonfiano, alle mozzarelle quando si gonfia il nylon della confezione. In quel caso è meglio, anche se il prodotto non è scaduto, buttarlo via. Io credo che ci voglia molto, molto buonsenso nelle cose.

L'industria ha delle regole precise. Non so se avete sentito che ieri in Puglia sono state scoperte 12 tonnellate di cibo avariato, che serviva a produrre i coni gelato. Noi siamo sempre in questa posizione: in famiglia è una cosa, nell'industria un'altra.

Io lavoro alla Ulss 9 dove produciamo oltre 1 milione di pasti l'anno e dobbiamo rispettare assolutamente le scadenze. Se nel mio armadietto i Nas trovano un prodotto scaduto! Se parliamo di industria o di grande ristorazione, come facciamo noi per gli ospedali, è una cosa, se parliamo del frigorifero di casa nostra, è un'altra.

Ci vuole molto buon senso. Per l'ospedale, per esempio, noi dobbiamo mettere insieme la qualità nutrizionale con le regole igieniche. Per lavare una mela in ospedale ci sono delle macchine apposite, con cui però non verrà mai assolutamente pulita.

Quindi abbiamo preferito optare per la mela industriale, cioè quella confezionata nelle scatolette. E quindi le tecniche della grande ristorazione sono diverse dalle tecniche del ristorante oppure di casa. Sono mondi completamente diversi.

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Manuela

Sono solo una zia e faccio riferimento, più che altro, a una questione di spreco a livello famigliare e di educazione. Sono una zia, in quanto ho osservato i comportamenti dei miei nipoti in fatto di alimentazione e anche di un mio cugino che ha una decina d'anni meno di me.

Ogni volta che ci trovavamo a mangiare per le feste in famiglia, mangiava il primo, il secondo, si fermava e diceva ― lui, bambino di nove anni ―: "No, basta. Io non mangio più, altrimenti vomito".

Un mio nipote, che adesso ha quattordici anni, da sempre mangiava primo, secondo, contorno. Gli si offriva il dolce o anche qualcosa di più, e lui diceva: "No, a me basta".

Un altro mio nipote, che adesso ha ventitré anni, ha passato dei periodi in cui mangiava solo vegetariano, e ho visto che c'è un collegamento strettissimo sul modo di essere di tutti e tre e quello che mangiavano.

Quello che diceva che si fermava e di più non avrebbe mangiato, adesso ha una quarantina d'anni e ha fatto molti lavori: il macellaio, l'artista di strada e adesso vive in Argentina, lavora alla reception di un albergo e si è iscritto all'Università alla facoltà di antropologia.

Il nipotino di quattordici anni che diceva: "No, grazie, il dolce non lo mangio", appena ha cominciato le scuole superiori si è iscritto a una scuola di informatica e adesso sta pensando di passare al Liceo delle scienze umane, dove si fa psicologia, antropologia, sociologia.

Mio nipote, quello che è passato attraverso fasi alimentari diverse studia Belle Arti e gira per il mondo. Io ho visto anche un collegamento strettissimo tra l'attenzione all'altro e il modo di alimentarsi.

Liliana

Sono Liliana, buonasera. La mia domanda è un po' diversa dalle precedenti. Il moderatore parlava anche dell'Expo. Io vedo sinceramente questo evento in una carta da mostrare alle persone come non sprecare cibo e anche valorizzare il cibo presente nel mondo.

Volevo una vostra opinione, liberamente.

Sandro Spinsanti

Di recente ho visto delle iniziative a Milano, al Castello Sforzesco, in preparazione del grande evento dell'Expo dedicato a "nutrire il

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pianeta". Iniziative didattiche per i bambini molto belle. Per esempio dei tavoli ― già cominciano a portare le scolaresche ― molto educativi. Come quelli che presentano il cibo degli altri. E questo già mi ha fatto sognare che un giorno non ci sarà più soltanto l'italiano, che dovunque vada nel mondo sogna la pasta come la faceva la mamma. L'attenzione e il rispetto per gli altri, la consapevolezza dei percorsi che fa il cibo, questa è una questione fondamentale.

Vorrei metterla, da questo punto di vista, in senso positivo.

Noi abbiamo bisogno di educarci, anzi ri-educarci a un rapporto consapevole con il cibo, a una alimentazione responsabile.

E in questa educazione mi piacerebbe che ci fosse anche un po' di sana anarchia nei confronti del potere, o piuttosto strapotere, che ha l'industria alimentare. Ci fanno mangiare quello che vogliono. Ci inducono a consumi non appropriati.

L'idea di "che cosa ho nel piatto" dovrebbe portare subito alla consapevolezza di tutto quello che c'è dietro, perché non capita per caso che nel nostro piatto ci sia quello che c'è. Questo è un elemento fondamentale di educazione civica. In una società, per esempio, multiculturale, multietnica, come sarà sempre più la nostra, il rispetto delle tradizioni degli altri, la comprensione di un atteggiamento verso il cibo, che è diverso dal nostro, è un elemento di educazione e di civiltà.

In questa specie di anarchia sovversiva nei confronti di quelli che ci fanno mangiare quello che vogliono, un elemento essenziale è un po' di sana consapevolezza, compresa anche la consapevolezza di mettere dei limiti.

Poi ci sono vari ambiti personali, come Manuela ci ha raccontato molto bene, da persona a persona; ma io credo che noi, proprio come società, dobbiamo valorizzare e rispettare il senso del limite e anche della sazietà.

Prendendo di petto questa bulimia di cibi sempre diversi, questa attenzione spropositata che si sta addensando attorno al cibo, dovremmo fame, come abbiamo cercato di dire questa sera, un elemento di consapevolezza, ma anche di formazione e di educazione.

Cominciamo con l'educazione di noi adulti, di noi anche anziani: perché abbiamo perso il senso dell'alimentazione riferita alla persona, piuttosto che ai consumi.

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Luciano Franchin

La parola a Spinsanti, con il quale chiudiamo questa serata.

Sandro Spinsanti

Quando nella prima parte vi elencavo alcuni problemi etici che l'alimentazione provoca in medicina, ho accennato all'alimentazione forzata, ho parlato dell'intervento obbligatorio di uno Stato, ma non ho detto quello che, invece, adesso è emerso attraverso i malati di SLA. Non voglio fare polemiche, però non posso tacere di dire che noi abbiamo, per fortuna, congelato in Parlamento una legge che porterebbe un enorme disagio e anche malessere sia etico che spirituale se, secondo quella legge, noi sottraessimo dalle disponibilità della persona l'alimentazione e l'idratazione.

Perché quel progetto di legge affermava che una persona può rifiutare i trattamenti medici, ma alimentazione e idratazione non devono essere considerati trattamenti medici. E, invece, abbiamo avuto qui, dal dottor Paccagnella, una testimonianza diretta che ci sono persone che, di fronte a un prolungamento della vita in certe condizioni, dicono"no".

Sappiamo quante persone con l'Alzheimer, quanti anziani ricoverati in RSA ricevono, di routine, l'alimentazione artificiale, vengono alimentate con la PEG, perché così non si perde tempo a nutrirli con il cucchiaio. In questo modo tuteliamo la vita?

Ecco io credo che questo discorso è stato alla base di tante riflessioni che abbiamo fatto, come il collante che tiene insieme le nostre riflessioni: il discorso sulla sazietà e sul limite, la questione psicologica e spirituale della consapevolezza.

È molto importante quell'osservazione, che sottoscrivo completamente, del dottor Paccagnella che dietro i problemi della bulimia o di altri disturbi alimentari ci sono altri fenomeni, psicologici e sociali, che sono riconducibili al senso di non accettazione del limite.

Il bisogno di cibo, il bisogno compulsivo di cibo è soltanto un aspetto di un fenomeno molto più diffuso: il bisogno compulsivo di soldi, il bisogno compulsivo di potere, il bisogno compulsivo di vita.

Permettetemi di terminare con un piccolo aneddoto. L'ho trovato in un libro dello scrittore americano Kurt Vonnegut, l'autore di "Mattatoio n. 5", per menzionare il suo romanzo di maggior successo.

In quanto celebre scrittore, era chiamato spesso a fare i "commencement

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speech", i discorsi agli studenti che in America sono il coronamento delle feste di laurea.

In un libro affascinante ― "Quando siete felici, fateci caso" Ed. Minimum fax, 2015 - sono raccolti una decina di discorsi di Vonnegut.

Ecco che cosa racconta agli studenti: "Sono stato invitato da un ricchissimo miliardario a casa sua. Insieme a me c'era Heller".

Heller è l'autore di "Comma 22", altro celeberrimo libro. "A un certo punto io mi sono rivolto ― continua Vonnegut ― a Heller: 'Jo, che effetto ti fa stare nella casa di un uomo che, nella giornata di ieri, ha guadagnato di più, molto di più di quello che hai guadagnato tu in tutta la tua vita, con un libro che è stato tradotto in tantissime lingue, che ha avuto un grande successo? Rispetto al guadagno tuo, lui ha fatto un guadagno enormemente più alto".

E Heller gli risponde: "No, non mi fa effetto, perché io ho qualche cosa che lui non avrà mai". "Cosa?" "Io ho il senso che mi basta. Ho quanto mi basta".

Allora, io penso che questa sia la saggezza di cui abbiamo tutti bisogno. Che si tratti di soldi, di potere e anche di prolungamento della vita, di tutto quello che volete.

La saggezza, la spiritualità, che è trasversale tra religiosi e laici, è arrivare al senso della sazietà e saper dire: "Mi basta".

Grazie.