Unzione degli infermi

Sandro Spinsanti

UNZIONE DEGLI INFERMI

in Dizionario di Spiritualità dei Laici

Edizioni O.R., Milano 1981

pp. 358-362

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Sommario 1. Malattia, emarginazione e comunità - 2. La cura pastorale degli infermi - 3. Il sacramento dell'unzione - Bibliografia

1. Malattia, emarginazione e comunità

È diventato ormai corrente parlare di emarginazione a proposito di malattia, handicap fisico o mentale, vecchiaia. L'emarginazione è un fenomeno complesso, che non si spiega soltanto con i meccanismi produttivi che regolano la nostra società in fase di capitalismo avanzato. Esiste anche un'emarginazione del malato nel contesto comunitario che si fonda su motivi religiosi. Là dove la malattia e la disgrazia sono intese come punizioni per avere infranto un tabù, conseguenze di un'offesa arrecata a forze sacre e terribili, colui che è colpito deve essere respinto dalla comunità degli uomini. Mettersi dalla sua parte vorrebbe dire sfidare la divinità. Il meccanismo di esclusione era in atto anche nella comunità ebraica. Tradizionalmente erano esclusi dall'assemblea liturgica coloro che avevano imperfezioni fisiche. Potevano svolgere le funzioni sacerdotali solo coloro che erano fisicamente perfetti (cfr. Lv 21,18-20). Il movimento messianico prevedeva una comunità escatologica radunata sulla base della segregazione della minoranza dei puri e dei degni dalla moltitudine, destinata alla perdizione.

Era il principio che stava alla base della spiritualità dei farisei (letteralmente, i «separati»). Presso la comunità monastica degli esseni la logica della segregazione farisaica era spinta all'estremo. La comunità del pieno tempo messianico, di cui l'assemblea liturgica attuale è la prefigurazione, escludeva indegni ed imperfetti. Analogamente la santità di Dio non ammetteva che qualcuno leso nel fisico avesse parte nell'assemblea del consiglio della comunità. I testi essenici sono di una durezza per noi inconcepibile: «Nessuno che sia colpito da qualche umana impurità può partecipare all'assemblea di Dio (...). Tutti coloro che sono colpiti nella carne, storpiati ai piedi o alle mani, zoppi o ciechi o sordi o muti o visibilmente imperfetti nel fisico, ovvero un vecchio decrepito che non sa reggersi in piedi nella comunità

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riunita, costoro non possono venire a porsi in mezzo all'assemblea degli uomini del Nome, perché i santi angeli sono nella loro comunità» O. Jeremias, Teologia del Nuovo Testamento, Brescia 1972, vol. 1, p. 203).

Gesù ha respinto tutti i tentativi di realizzare la comunità del «resto d'Israele» mediante una segregazione. Lo spettacolo di Gesù che rifiutava le tipiche pretese farisaiche ed esseniche di mettere insieme il «resto santo», e si rivolgeva proprio a coloro che venivano esclusi da siffatte comunità, era quanto di più perturbatore dell'ordine religioso del tempo si potesse immaginare. Anche gli accenni spesso ripetuti nei vangeli a un'attività terapeutica di Gesù a favore di tutti, a guarigioni da ogni specie di infermità, si muovono nella stessa direzione. «Nell'atmosfera del tempo il fatto che Gesù guarisse tutti i malati doveva passare per una specie di empietà: anche se non li guariva tutti nel senso quantitativo e statistico, ne guariva di ogni sorta, di tutti gli ambienti, ed è questo che era scandaloso per i suoi avversari» (P. Bonnard, L'évangile selon St. Matthieu, Neuchâtel 1963, p. 52). Le pericopi in cui Gesù è rappresentato in atto di guarire tutti, in massa, indistintamente (per es. Mt 14,34 s.), hanno la funzione di ricordarci che Gesù aveva ricevuto la missione di esercitare il suo ministero presso il popolo intero, e non a beneficio di alcuni privilegiati o specialisti della vita religiosa. Lasciarsi toccare da quelle folle innumerevoli era un'abominazione, dal punto di vista dei farisei come degli esseni.

Oggi i malati sono respinti ai margini della collettività da motivi diversi da quelli religiosi che agivano al tempo di Gesù. La spietata legge del rendimento efficientistico accantona tutti coloro che non sono in grado di competere con gli standards sociali. Gli stessi sviluppi della medicina negli ultimi decenni hanno portato a una lenta dissoluzione della struttura terapeutica primaria, quella della famiglia e del vicinato (cfr. R.A. Lambourne, Comunity Church and Healing, Londra 1969). Il servizio sanitario ha messo l'accento sullo sviluppo dell'ospedale, in cui il singolo paziente è accuratamente separato dalla famiglia e dalla società. Anche quando la malattia ha esiti benigni e il paziente guarito potrà essere reinserito nel ciclo produttivo, per tutto il tempo in cui è in trattamento terapeutico è quasi sequestrato dall'istituzione sanitaria, privato dei normali contatti con il suo abituale ambiente di vita.

L'urgenza che la chiesa sviluppi tutte le sue potenzialità integrative è oggi ampiamente avvertita. L'integrazione degli handicappati nella vita della chiesa è una delle risoluzioni finali dell'assemblea del consiglio ecumenico delle chiese tenuta a Nairobi nel 1975. Si è avvertito, infatti, che la chiesa non può realizzare l'unità nella diversità «se continua a tollerare l'isolamento sociale degli handicappati e a rifiutare loro la partecipazione piena e intera alla sua vita». Agli occhi di Dio la comunità umana è ordinata diversamente da come la vedono gli uomini. Il centro della comunità dei tempi nuovi è costituito da Gesù, condannato a morte come bestemmiatore e peccatore, ucciso fuori della porta della città come rifiuto inutile.

La comunità si costruisce attorno a quel centro: gli ultimi diventano primi, e i primi ultimi. La chiesa, sulle orme di Gesù, cammina per cercare ciò che gli uomini hanno buttato via. La comunità cristiana annuncia l'integrazione nell'ordine nuovo a coloro che il male, in tutte le sue forme, spinge ai margini della vecchia società. Se la comunità cristiana è radunata veramente dal messaggio di Gesù, costituisce uno spettacolo insolito, proprio scandaloso per i benpensanti. Assomiglia alle assemblee dell'alba del cristianesimo, alle quali s. Paolo poteva dire: «Guardate la vostra assemblea. Tra di voi non ci sono molti saggi, dal punto di vista umano, né molti potenti, né molta gente di alto lignaggio. Ma ciò che c'è di pazzo nel mondo, ecco ciò che Dio ha scelto per confondere i saggi; e ciò che c'è di debole nel mondo, ecco ciò che Dio ha scelto per confondere la forza; ciò che nel mondo è senza nobili natali e ciò che si disprezza, ecco ciò che Dio ha scelto» (1 Cor 1,26-28).

2. La cura pastorale degli infermi

L'integrazione umana e spirituale del malato rimane un vago ideale finché non si traduce in gesti concreti. Il luogo e lo strumento per questa integrazione è la comunità locale. Il singolo malato può ben essere persuaso nel suo intimo di essere unito al corpo di Cristo che è la chiesa, e che le sue sofferenze, in forza del legame mistico con il capo, vanno a beneficio di tutto il corpo. Tuttavia il senso di solitudine che lo attanaglia non può essere efficacemente combattuto senza dei legami che rendano visibile l'appartenenza alla comunità.

La comunità cristiana è debitrice di un servizio di integrazione ai membri che la malattia tiene lontani dall'assemblea: è il principio luminoso della pastorale dei malati, che ispira tutto lo sforzo di rinnovamento in questo settore. Le modalità in cui si esplica questo servizio sono molteplici; vanno dall'assistenza sanitaria ai gesti sacramentali. Ma ciò che unifica i diversi interventi è il progetto comunitario di presenza all'ammalato. La comunità intera, con i suoi diversi carismi e servizi, è il soggetto della pastorale degli infermi. La «salvezza» (che è conforto per l'anima e per il corpo) giunge al cristiano malato attraverso la comunità, che è l'espressione visibile del corpo mistico. Ciò che riassume e dà senso a tutti i singoli gesti è il restringersi del legame della comunità fraterna attorno al membro la cui vita fisica si trova in situazione critica. Gli aspetti parziali del servizio ― caritativo, kerygmatico-catechetico e sacramentale ― si innestano sull'attenzione globale ai problemi umani del malato. Gli impulsi più autorevoli per un ripensamento di tutta la pastorale degli infermi ci vengono dalle norme pastorali premesse al nuovo rituale per il sacramento dell'u., promulgato dalla sacra congregazione per il culto divino nel 1972 (ed. italiana 1974). Il rito dell'u. degli infermi è

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presentato in un contesto più ampio di gesti e di iniziative pastorali che tendono al pieno reinserimento del malato nella comunità, in netto contrasto col processo di emarginazione sociale ed ecclesiale che entra in azione quando una malattia grave si stabilizza. Questo servizio comunitario, vasto ed articolato, che ingloba come un suo momento l'amministrazione del sacramento dell'u., è chiamato dalle direttive che accompagnano il rituale «cura pastorale degli infermi». Esso viene presentato nei seguenti termini: «Nel corpo di Cristo che è la chiesa, se un membro soffre, soffrono con lui tutti gli altri membri» (1 Cor 12,26).

Perciò la misericordia verso gli infermi e le cosiddette opere caritative e di mutuo aiuto, destinate ad alleviare ogni umano bisogno, sono tenute dalla chiesa in grande onore; e tutti i tentativi della scienza per prolungare la longevità biologica e tutte le premure verso gli infermi, chiunque le·abbia o le usi, si possono considerare come preparazione ad accogliere il vangelo e partecipazione al ministero di Cristo che conforta i malati. È quindi ottima cosa che tutti i battezzati partecipino a questo mutuo servizio di carità tra le membra del corpo di Cristo, sia nella lotta contro la malattia e nell'amore premuroso verso i malati, sia nella celebrazione dei sacramenti degli infermi. Anche questi sacramenti infatti hanno, come tutti gli altri, un carattere comunitario, e tale carattere deve risultare, per quanto è possibile, nella loro celebrazione» (nn. 32-33).

Sullo sfondo di questo programma di cura pastorale degli infermi è facile indovinare il profilo della comunità cristiana primitiva. Abbiamo, infatti, esplicite testimonianze storiche dell'importanza che rivestiva il servizio ai malati nei primi secoli del cristianesimo. Gli infermi facevano parte di quei membri della comunità che per forza maggiore non potevano partecipare all'assemblea liturgica, ma ai quali andava il ricordo dei convenuti. L'ecclesia radunata nel giorno del Signore mandava agli assenti il pane consacrato, come segno della comunione di fede e di amore. Il riferimento alla comunità locale, e in particolare a quella che si raduna nella celebrazione dell'eucaristia, è determinante in questa prassi. Tutti si conoscono, si sostengono a vicenda, partecipano alle sofferenze dei fratelli. Il malato è riconosciuto come il malato della chiesa. Questa accentuazione del momento comunitario si ricava, senza forzatura, dal testo di Giacomo (5,14), che è il locus classicus della pastorale cristiana degli infermi («Se qualcuno di voi è malato, chiami i responsabili della comunità...»). Il coinvolgimento dei supremi pastori della comunità nella fitta rete di rapporti umani che si stringe attorno al malato è testimoniato anche in epoche successive a quella della formazione del canone neotestamentario. Secondo la Traditio apostolica di Ippolito la visita ai malati è compito anche del vescovo: «I diaconi e suddiaconi informano il vescovo dei malati della comunità perché, volendolo, faccia loro una visita».

Anche nel nuovo rituale la visita ai malati resta una delle forme fondamentali del servizio comunitario. Ne è fatto esplicitamente obbligo a tutti i membri della comunità: «Tutti i cristiani devono far propria la sollecitudine e la carità di Cristo e della chiesa verso gli infermi.

Cerchino quindi, ognuno secondo le possibilità del proprio stato, di prendersi cura premurosa dei malati, visitandoli e confortandoli nel Signore, e aiutandoli fraternamente nelle loro necessità» (n. 42). La preghiera comune è il luogo originario in cui prende forma la solidarietà comunitaria. Nella preghiera dei fedeli durante la liturgia domenicale, oltre il ricordo dei malati in generale, potrebbero essere nominati in particolare alcuni della comunità. Si offrirebbe così un'indicazione a coloro che, per iniziativa propria o come membri di associazioni, volessero rendere visita ai malati.

Il legame privilegiato del malato con la sua comunità è quello che si attua mediante la comunione eucaristica. Nelle rubriche del nuovo rituale viene evidenziata soprattutto la dimensione devozionale e di conforto individuale che riveste il servizio della comunione agli infermi: «I pastori di anime abbiano cura che agli infermi e ai vecchi, anche se non gravemente malati e che non si trovano in pericolo di morte, sia data la possibilità di ricevere spesso, e, specialmente nel tempo pasquale, anche tutti i giorni, la comunione eucaristica: e questo, in qualsiasi ora della giornata» (n. 46). Con questo significato la comunione regolare agli infermi, specialmente nel primo venerdì del mese, è già una prassi molto diffusa nella pastorale parrocchiale. Ciò non esclude che la comunione del malato, specialmente se ricevuta insieme ai suoi familiari e a coloro che lo assistono, possa avere delle risonanze cristologico-ecclesiali ben più ampie. La celebrazione eucaristica nel piccolo gruppo che si stringe attorno al malato rende visibile l'unione alla comunità locale e attraverso questa alla chiesa universale ― nell'abbraccio di solidarietà che unisce tutti coloro che celebrano la pasqua del Signore, vincendo con lui tutte le potenze distruttive che congiurano contro l'uomo. Per la comunità e per il malato acquista perciò un'importanza determinante la comunione domenicale. Di domenica, infatti, la comunità si riunisce per celebrare, con ritmo settimanale, il mistero pasquale. È facile immaginare quale significato trasparente avrebbe, per la comunità convenuta come per i malati assenti, la possibilità di comunicare all'unica eucaristia.

Per questo motivo alcuni danno la preferenza a una celebrazione della comunità (per esempio la messa principale della domenica), piuttosto che al decentramento delle celebrazioni singole nella camera del malato. Giunti alla comunione, alcuni ministri ordinari e straordinari partono per portare il pane eucaristico agli assenti (così come i diaconi della chiesa antica, che avevano il compito di portare la comunione a malati, prigionieri e altre persone impedite). La moltiplicazione dei ministri dell'eucaristia e la facoltà concessa ai laici di distribuire la comunione ai malati dovrebbero rendere possibile l'introduzione di questo uso.

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Non avrebbero così più ragione di esistere quelle messe per i malati che, pur ispirate da lodevoli intenzioni, non riescono a eliminare l'emarginazione ecclesiale dei malati, cui vorrebbero ovviare.

3. Il sacramento dell'u.

Nel rinnovamento liturgico-pastorale di ispirazione conciliare il sacramento dell'u. degli infermi si presenta come il momento emergente di un'autentica pastorale dei malati e degli anziani. Questa è la via per trarre fuori tale sacramento dal vicolo cieco in cui sembrano averlo condannato le trasformazioni socio-culturali del nostro tempo, con i loro riflessi sulla sensibilità dei cristiani circa la malattia e la morte. A seguito di una graduale evoluzione storica è diventato, da sacramento dei malati in situazione critica, sacramento dei morenti. «Estrema unzione», era la sua denominazione corrente. Il carattere di rito di passaggio che consacra il morire è stato ancor più evidenziato quando il vero e proprio sacramento dei morenti, vale a dire l'eucaristia come viatico, ha cominciato ad essere anticipato rispetto all'u.

Con il crescere della devozione verso l'eucaristia il viatico acquistava in solennità. Veniva portato al malato in processione, con ceri e rintocchi di campane; i passanti solevano unirsi al corteo processionale e accompagnare il sacerdote fin nella camera del malato, anche se loro sconosciuto; si formavano confraternite per garantire solennità all'amministrazione del viatico. Contemporaneamente, il significato umano e sacramentale dell'u. cominciava ad offuscarsi. Lo stesso diritto canonico, convalidando l'anticipo del viatico sull'u., aveva avallato la preferenza data a un rito rispetto all'altro. L'u. cadeva lentamente in disgrazia, tanto dei fedeli quanto dei pastori. L'«estrema unzione» acquistava sempre più un significato funereo: segnava il momento in cui la medicina si dichiarava impotente a proseguire la propria opera terapeutica e suggeriva che era giunto il momento di «pensare all'anima». È comprensibile perciò che si tendesse a dilazionare il più possibile l'amministrazione del sacramento.

L'azione di due fenomeni in parte concomitanti ha determinato l'ulteriore evoluzione della prassi. Da una parte, la medicina entrava nell'era dello sviluppo tecnologico, che le apriva possibilità quasi illimitate di prolungare i suoi interventi (lo spegnersi della coscienza non coincide più con la morte clinica, né tanto meno con quella biologica; perciò le tecniche di rianimazione e di trattamento intensivo si estendono ben al di là del confine che una volta, quando la morte avveniva «naturalmente», era segnato dall'agonia). Contemporaneamente si stabiliva il tabù socio-culturale del parlare della morte, specialmente all'interessato. Annunciare a uno la sua morte prossima è diventato sinonimo di crudeltà mentale; l'ideale diffuso nell'ambiente medico e tra i familiari stessi è di perfezionare la congiura del silenzio fino a far sì che il morente si spenga senza essersi sentito morire. Come risultato delle trasformazioni della medicina e del costume, l'amministrazione dell'u. degli infermi tende a diventare una umiliante commedia. Il sacerdote è chiamato solo quando il malato ha perso la lucidità o è già in coma; il rito stesso è degradato a gesto magico, o a un semplice pro forma per salvare le apparenze della morte con i «conforti religiosi». Di qui la disaffezione dei sacerdoti per un rito da stregoni a cui a stento si può ancora riconoscere le caratteristiche di un sacramento.

La riforma del rito ha posto le premesse per un recupero, che porti tanto i fedeli quanto i pastori a riscoprirvi un segno della vicenda cristiana della salvezza. Si è accennato più sopra come l'inserimento di questo sacramento nel complesso di interventi che costituiscono la cura pastorale degli infermi metta in risalto la sua dimensione ecclesiale. Nelle premesse teologico-pastorali del rituale è detto esplicitamente: «Anche i sacramenti degli infermi hanno, come tutti gli altri, un carattere comunitario, e tale carattere deve risultare, per quanto è possibile, nella loro celebrazione» (n. 33). Il modo più efficace per sottrarre questo sacramento all'interpretazione privatistica corrente si è rivelato l'uso delle celebrazioni comunitarie. In occasione di pellegrinaggi a santuari o di missioni, nel contesto parrocchiale od ospedali ero, si invitano i malati, debitamente preparati, a ricevere in una celebrazione comune il sacramento dell'u. Tali celebrazioni diventano al tempo stesso la migliore catechesi sul sacramento per tutti gli altri membri del popolo di Dio che vi prendono parte.

La riforma del rito aiuta a mettere a fuoco anche il significato cristologico e antropologico del sacramento. In quanto segno che prolunga l'azione di Gesù sui malati, esso investe la totalità della persona. Gesù viene a penetrare il malato con la forza del suo spirito per fargli condividere la sua vita e dargli la grazia che lo strappi dalla sua miseria. In armonia con il recupero moderno del significato della corporeità, oggi i cristiani possono considerare l'u. in tutta la complessità e densità di segno che parla a tutto l'uomo. In quanto segno della c salvezza» di Cristo, non è lecito vedervi solo, in modo spiritualistico, un segno della liberazione dal peccato (o dalle reliquiae peccati, come precisava la teologia scolastica, in vista di una predisposizione immediata alla gloria), perdendo così ogni riferimento alla salvezza del corpo. D'altra parte, è anche abusivo far convergere in questo sacramento le attese di una guarigione miracolosa, che supplisca alle deficienze dell'azione umana.

La nuova formula sacramentale è indicativa della ricomprensione teologica della u.: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo. E, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi». Nella formula medievale emergeva in primo piano la richiesta di perdono dei peccati commessi con i singoli sensi; qui invece il fuoco dell'attenzione cade sulla «salvezza», che comporta come effetto secondario e condizionato la liberazione

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dal peccato. La guarigione che può seguire non è un effetto magico, né di per sé miracoloso; tuttavia l'accogliere l'annuncio della grazia evangelica può riverberarsi nella volontà del malato e nel suo organismo stesso, coadiuvando così il processo della guarigione. La salute, nel senso estremo della parola, è identica con la salvezza, è vita nella fede e nell'amore. Questa salute, creata dallo Spirito, sta in un qualche rapporto con l'attività di guarigione nella sua dimensione fisica e psichica. P. Tillich riassume questa complessa questione in due assiomi: «L'impatto di guarigione della presenza spirituale non sostituisce la via della guarigione nelle differenti dimensioni della vita»; «Le altre vie di guarigione non possono sostituire il potere sanante dello Spirito» (Systematic Theology, Chicago 1963, vol. 3, pp. 277-282). Oggi anche nella chiesa cattolica i gruppi di rinnovamento spirituale che si ispirano al movimento neopentecostale vanno riscoprendo l'efficacia della «guarigione interiore», che si accompagna alla conversione, sulle malattie di ordine fisico e psichico.

Un'ultima questione: a chi è destinata l'u. degli infermi? Superata la radicata mentalità che l'u. sia ad mortem, rimane da scoprire che cosa implichi vivere l'u, «nella malattia», invece che nell'agonia. Già il decreto conciliare sulla liturgia dava il colpo decisivo per interrompere la prassi introdottasi nell'epoca più recente. «L'estrema unzione, che può essere chiamata anche, e meglio, unzione degli infermi, non è il sacramento di coloro soltanto che sono in fin di vita. Perciò il tempo opportuno per riceverlo ha certamente già inizio quando il fedele, per indebolimento fisico o per vecchiaia, incomincia ad essere in pericolo di morte» (SC 73). L'u. è dunque destinata a chi è affetto da una malattia seria, per la quale tuttavia è aperta la possibilità di guarigione; a chi sente la malattia installarsi nella sua carne e segnare dolorosamente la vita; a chi sta per subire un'operazione grave; alle persone anziane le cui forze diminuiscono giorno per giorno; a quelli che sanno che nessuna forza umana può più niente per loro. Nel momento critico dell'esistenza umana in cui il comanda: mento divino di vivere diventa lotta per voler vivere, e quindi per la salute, l'u. prolunga il gesto dell'imposizione delle mani di Gesù ai malati. Nell'intenzione di Dio ogni malattia, non escluse quelle mortali, è perché si manifestino le «opere di Dio» ― e quindi per la salvezza dell'uomo ―, non per la morte.

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