C’è molto da fare quando non c’è più niente da fare

In un recente editoriale su  Corriere Salute si richiamava la necessità di una visione complessiva, non settoriale, del malato. Ciò vale non solo per la frammentazione per organi, ma anche per fasi della vita e della malattia. In particolare sentiamo il bisogno di contrastare la tendenza a frazionare il trattamento dell’ultima fase della vita, affidandolo a specialisti della palliazione. Le cure palliative hanno faticosamente acquisito la cittadinanza in sanità; ma la modalità con cui talvolta vengono predisposte potrebbe minacciare la loro ricezione. Succede quando viene loro riservata una destinazione residuale: invocate sempre più tardi, diventano sinonimo di condanna a morte. Se l’intervento di chi si dedica a lenire il dolore e a contrastare i sintomi viene sempre più procrastinato, è inevitabile che il malato si senta abbandonato dagli specialisti che l’hanno accompagnato nella sua lotta contro la malattia, spesso per anni, per essere affidato a un inedito specialista: colui che conduce alla morte. Dopo che è stata emesse la macabra sentenza che “non c’è più niente da fare”.

I pionieri di queste cure hanno fatto proprio lo slogan divulgato dal prof. Ventafridda, secondo cui “quando non c’è più niente da fare, c’è tanto da fare”. Ma questa prospettiva diventa efficace solo se la dimensione palliativa – che equivale all’attenzione ai sintomi, alla qualità della vita e al rispetto delle preferenze del malato, cercando con lui che cosa ha senso fare e che cosa è opportuno omettere perché espressione di una “ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure”, come si esprime la legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento – accompagna tutto il processo di cura. Senza subentrare solo quando gli altri specialisti della terapia si arrendono e passano il testimone al palliativista. Cure palliative simultanee e non sequenziali: è la formula corretta, ma ancora lontana dall’essere ovunque tradotta in pratica.  

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