Chiedimi se mi sono lavato le mani

“Chiedimi se mi sono lavato le mani”. A quale interlocutore immaginiamo sia rivolta la domanda? Se poi fosse scritta in un bottone da appuntarsi al petto, chi dovrebbe esporla? Il senso comune ci inclina ad attribuire la domanda al paziente, in atteggiamento docile di fronte al suo terapeuta-educatore: il medico. Invece quel bottone se lo appuntano dei medici e degli infermieri, rivolgendosi virtualmente ai malati sui quali si accingono a stendere le loro mani per curarli. Una pratica introdotta – per ora saltuariamente – in alcune realtà cliniche all’avanguardia. L’inversione di ruoli che presuppone è epocale. Implica che la sicurezza in ambito sanitario è un obiettivo che si può raggiungere solo insieme: professionisti della cura e cittadini in alleanza. Le pratiche igieniche di base sono altrettanto strategiche delle risorse farmaceutiche e delle strutture moderne ed efficienti. Per contrasto, ci viene in mente quante volte ci è capitato di visitare un ospedale che vanta una tecnologia diagnostica all’avanguardia, ma con i bagni senza sapone e senza carta…

Lo sforzo che accomuna professionisti e cittadini nell’aiutarsi a evitare comportamenti dannosi alla salute è il valore fondamentale di questa pratica provocatoria. Comporta anche un modo di gestire gli errori diverso da quello che costatiamo frequentemente, che si concentra sulla ricerca del colpevole, per attribuirgli la responsabilità. Si tratta invece di risalire, in armonia, la catena dei comportamenti irresponsabili. Che spesso sono tanto quotidiani e diffusi, quanto le mani non lavate accuratamente: tanto da parte dei malati quanto dei curanti.

Che sia questa nuova alleanza per prevenire i contagi l’eredità più preziosa che l’epidemia in atto è destinata a lasciarci?

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