Comma 22 nelle cure palliative

Sullo sfondo del dibattito circa la necessità di una legge che regoli il suicidio assistito, è opportuno sollevare qualche interrogativo di natura culturale (potremmo quasi spingerci a dire: di natura spirituale). Anzitutto: che cosa implica la richiesta di morire? E’ una domanda che suscita molteplici inquietudini. Un primo interrogativo: da dove proviene? Possiamo immaginarla come una protesta che nasce da un mancato trattamento palliativo. Oppure come una tacita sfida che equivale a: “La mia vita importa ancora a qualcuno?”. Le risposte non possono che essere differenziate, a seconda del significato recondito che attribuiamo alla domanda. Più ardua è l’ipotesi che dietro alla richiesta ci sia una vera e propria sazietà di vita. Viene in mente l’espressione biblica riferita alla morte dei patriarchi Abramo e Isacco, dei quali si dice che chiusero l’esistenza terrena “sazi di giorni”. La tendenza più diffusa è di svalutare questo tipo di domanda, considerandola indice di un cedimento morale o psicologico. Lo potremmo considerare il “comma 22” delle cure palliative. Il celebre romanzo omonimo di Joseph Heller vuol mettere in ridicolo le assurdità della guerra in generale e della vita del soldato in particolare. Il protagonista è costretto a scoprire la trappola burocratica che gli impedisce di sottrarsi alle missioni di volo, nelle quali rischia ogni volta la vita. Quando chiede l’esenzione, gli viene contrapposto il comma 22 del regolamento militare: se un pilota è pazzo, può essere esentato dal volo; ma se uno chiede di essere esentato non è veramente pazzo. Nelle cure di fine vita il comma 22 potrebbe essere così riformulato: se una persona è mentalmente sana può chiedere che si ponga fine alle sofferenze che giudica insopportabili, procurandole la morte; ma se una persona fa questa richiesta, non è mentalmente sana: è depressa! Perciò va curata e la sua richiesta non va ascoltata. La seconda questione in questo scenario è appunto: che cosa fare, quando uno chiede di morire? Siamo di fronte alle incertezze giuridiche – etiche – deontologiche relative al suicidio assistito. Le norme legali – se e quando verranno – non potranno mai esimere da un ascolto e da un’interpretazione della domanda. Con il doveroso rispetto dell’autodeterminazione della persona che si trova a vagare nei confini estremi dell’esistenza umana: potrebbe rivolgere una richiesta che non capiamo, ma che non per questo è priva di senso. Per questo motivo tra le due modalità previste dalla legge 219/2017 per le decisioni di fine vita – Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) e pianificazione condivisa delle cure – è senz’altro la seconda la più adatta a cogliere la complessità delle scelte e l’eventuale rifiuto di una sopravvivenza diventata peso insostenibile.

Aggiungi Commento