Curare con i cinque sensi: la sfida della pandemia

Era l’inizio dello scorso mese di febbraio, precisamente il 7. A Firenze il movimento di Slow Medicine teneva il quino congresso nazionale. Nella sospensione temporale dei giorni che stiamo vivendo sembra un evento sfocato. E lontano nel tempo; invece era ieri. Il congresso costituiva un’occasione per fare un bilancio sul radicamento di questa proposta di medicina nella realtà italiana: su ciò che questa etichetta mostra; e anche su ciò che rischia di nascondere. E un’occasione per avanzare proposte in armonia con i valori che il movimento ha scelto di abbracciare.

A fronte di eccellenti programmi scientifici – soprattutto nell’ambito delle liste su ciò che va evitato, perché ad alto rischio di inappropriatezza, redatte da Choosing Wisely, nel promuovere un uso più corretto degli antibiotici e nella deprescrizione dei farmaci – non si nota un’adesione massiccia alla proposta. Ci domandiamo se il nome stesso del movimento non possa costituire una difficoltà. Slow Medicine si appoggia apertamente a Slow Food. Riscrivendo ovviamente il proprio programma nel corteo di aggettivi che accompagna il nome: rispetto al cibo “buono, pulito e giusto”, propone come obiettivo una cura “sobria, rispettosa e giusta”. L’esplicitazione con i tre aggettivi è necessaria, perché l’intero programma, veicolato intuitivamente da Slow, rischia di essere frainteso. Ciò non succede con Slow Food. In questo caso l’obiettivo è di contrapporsi, come alternativa, a Fast Food. Basta l’evocazione implicita di quel modo di intendere e di praticare la nutrizione: tutti sanno qual è l’ideologia e quali sono i costumi sociali dai quali ci si vuol distanziare. Lo stesso purtroppo non vale per Slow Medicine. Il referente negativo implicito non è la Fast Medicine. Fast e Slow in questo caso rischiano di essere riferiti, in modo fuorviante, al tempo che si impiega per le prestazioni di cura (mentre a nessuno verrebbe in mente che il Fast Food intenda promuovere il mangiare adagio…!).

A parte il fatto che la velocità in medicina talvolta è sacrosanta – pensiamo al tempo per sciogliere un trombo o per intervenire dopo un infarto – non si tratta di rivendicare più tempo per la cura. Il bersaglio negativo contro cui si mobilita Slow Medicine non è la medicina della fretta, ma la cattiva medicina. Di questa fa parte tutto ciò che non è “sobrio”, ovvero i trattamenti inutili e per lo più dannosi. Ma anche quanto è riconducibile a una cura non “rispettosa”. Su questo fronte possiamo e dobbiamo rivendicare la conservazione di modalità di cura che non debbono essere eliminate dall’avanzata della tecnologia. Nell’ambito della riflessione congressuale veniva avanzata la proposta di controbilanciare la spinta da parte di un predominio tecnologico e informatico con una cura che passi attraverso i cinque sensi del curante. Più che un suggerimento provocatorio: piuttosto il richiamo a una continuità con la pratica clinica nella quale i sensi hanno giocato un ruolo decisivo.

Una medicina, dunque, fatta con i sensi. Magari risparmiamo il gusto e l’odorato (riservandoli ai medici del passato, che avevano le urine del paziente come strumento privilegiato per arrivare a una diagnosi…). Rimane centrale il tatto. Nella visita medica l’esame obiettivo del paziente non deve recedere di fronte alle raffinate – e necessarie – tecnologie diagnostiche. L’udito è il senso da attivare per una medicina in cui la buona cura non può fare a meno di essere composta di due parti essenziali: ciò che il curante è in grado di fare e ciò che il malato ritiene compatibile con i suoi valori e le sue preferenze. La buona medicina non si esaurisce nell’informazione, che abbiamo aggiunto alle pratiche del passato, ma comincia con l’ascolto. E anche “una zuppiera di tragedia andrebbe servita un cucchiaio alla volta” (Paul Kalanithi: Quando il respiro si fa aria, Mondadori 2016). Senza dimenticare la vista. Gli occhi sono ancora un canale privilegiato di cura. Senza esaltare il troppo mitizzato “sguardo clinico”, rivendichiamo l’importanza di guardare e di essere guardati. Negli occhi. Slow in questo contesto non si traduce con lento, ma con “competenza comunicativa”.

Il paradosso è che, mentre si accrescono gli strumenti per la comunicazione, questa si impoverisce perché sacrifica ciò che passa attraverso i sensi stessi. E’ diventato un luogo comune contrapporre la medicina altamente tecnologica (high tech) a quella con contenuti umani molto caldi e coinvolgenti (high touch). ll tema è presente da parecchio tempo soprattutto nelle pubblicazioni infermieristiche. L’analisi prende per lo più le mosse dalla transizione in atto dalla società industriale a quella dell’informazione. La risposta alle nuove tecnologie, con il loro pericolo intrinseco di freddo distacco, viene individuata in una vicinanza che ha funzione di compensazione. Il compito di “contatto” viene affidato per lo più alla professione infermieristica (in alcuni contesti allo psicologo…), con il risultato globale di una maggiore concentrazione del medico sulla funzione tecnica. La pratica medica, tutta rivolta all’efficacia della prestazione, si sente in tal modo autorizzata e essere sempre più fredda, in quanto la calda presenza di altri professionisti compensa le sue carenze. Tra curare e prendersi cura si instaura così una dicotomia, che giunge a immaginare un “curare” (come impresa eroica, hard), dissociato dal “prendersi cura” (attività lasciata a professioni più soft, dedite alla dimensione relazionale).

Un tema specifico in questo ambito è la denuncia del progressivo retrocedere nella pratica clinica dell’esame obiettivo. Lisa Sanders nel libro Ogni paziente racconta la sua storia. L’arte della diagnosi (Einaudi, 2009) dedica un capitolo molto documentato a questo fenomeno. Lo intitola, significativamente, “Il potere del tocco”. A suo avviso, l’esame obiettivo può guidare il medico nel suo ragionamento e ridurre la scelta dei test a quelli che hanno maggiori probabilità di fornire risposte utili. La tendenza attuale, invece, di molti medici e anche di pazienti è di preferire l’apparente certezza dei test tecnologici alla visita diretta, a bassa tecnologia, eseguita dal medico. Così, conclude la dottoressa Lisa Sanders, “l’esame obiettivo – quello che era un tempo il nostro strumento più affidabile nel capire e diagnosticare una malattia – è morto e sepolto”.

Chi milita all’interno del movimento delle Medical Humanities cerca di sottrarsi alle insidiose alternative tra curare e prendersi cura, tra high tech e low touch. In questo senso prendeva forma la riflessione tra i partecipanti al congresso di Slow Medicine. Ora – ironia della sorte – mentre questa presa di posizione si delineava, nel febbraio scorso, l’epidemia da coranavirus stava covando sotto la cenere. Indisturbata e non identificava, contagiava un numero crescente di persone, che la diffondevano inconsapevolmente. Nel giro di poche settimane avremmo visto un cambio di scenario tra i più spettacolari che ci sia stato dato di vivere. Non più medicina fatta con i cinque sensi: i curanti si sarebbero presentati bardati di maschere, guanti, presidi protettivi. Tra il malato e il terapeuta sono state erette barriere insormontabili: la distanza mai sufficiente, i dispositivi di protezione mai abbastanza. Lo sconvolgimento dei comportamenti sociali – abolita la stretta di mano, cancellati i contatti – si è riversato anche nello scenario clinico, travolgendolo. Il travestimento del curante, il corpo chiuso dentro lo scafandro da astronauta, evoca piuttosto l’equipaggiamento di chi rischia, su un pianeta sconosciuto, di incontrare gli alieni. Eppure la proposta, che nasce dai valori fatti propri da Slow Medicine, di una cura che passi attraversi i sensi non è un’utopia pellegrina.

Che volto avrà la pratica della medicina quando lo tsunami della pandemia si sarà ritirato? Recupereremo la cura con i cinque sensi, che è nel nostro ricordo e soprattutto nelle nostre aspirazioni? Almeno per coloro che non vogliono rinunciare a credere che l’anima della medicina sia l’amore. Come ogni amore, il rapporto tra chi eroga le cure e chi le riceve è una relazione sensuale, impregnata di fisicità.

Dovremo inventarci nuove pratiche, che non deroghino sul versante della sicurezza, ma allo stesso tempo che non privino la cura del profilo alto di un rapporto interpersonale. Nel frattempo magari possiamo cercare di investire di più sui sensi che permangono in funzione anche in tempo di pandemia. L’udito e la vista sono inderogabili. Le parole possono e devono costituire il legame tra curanti e persone in cura. Soprattutto lo scambio di parole che si chiama conversazione. Comporta l’ascolto, prima ancora della informazione; tiene conto della consapevolezza e dello stato d’animo di colui che l’informazione la riceve.

E lo sguardo. Anche quando il volto scompare dietro la mascherina, la comunicazione visiva costituisce il ponte essenziale nel rapporto di cura. Un ponte che, ahimè, da tempo minaccia di crollare sotto il peso della tecnologia. Il rapporto visivo è importante nella cura. Quando questo viene a mancare, si diffonde una forma di malessere. Quante volte abbiamo sentito lagnanze di malati che rimproverano ai medici di tenere lo sguardo fisso sullo schermo del computer – ricco di referti clinici e di dati scientifici, certo – durante tutta la durata della visita. Anche se ricevono il trattamento appropriato, non hanno la sensazione di essere stati “visti”. La carenza di contatto visivo è l’indicatore più eloquente di una comunicazione fallimentare.

E se il tatto fisico in queste circostanze deve essere messo in quarantena, almeno il “tatto” come sensibilità interpersonale, delicatezza, capacità di intercettare lo stato d’animo dell’altro e rispettarlo, può sempre essere praticato.

Nella favola dei Fratelli Grimm il bambino abbandonato nel bosco ritrova la strada di casa recuperando le briciole di pane che aveva avuto l’accortezza di lasciare dietro a sé. Anche le briciole dei nostri sensi ci fanno sperare, nonostante il nostro smarrimento attuale, di poter tornare a casa: la casa della Cura.

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