Gli ultimi istanti: la prosa e la poesia

“Qui la fine della primavera e la fine dell’inverno sono più o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a quella rosa, mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo”. Ci voleva la voce di un poeta – si tratta di Franco Arminio nelle sue surreali Cartoline dai morti – per ricordarci quanta banalità quotidiana circonda sovente la liturgia del morire. E’un richiamo molto realistico. Malgrado l’enfasi che mettiamo sull’alto profilo etico e spirituale di una cura che si estenda per tutto l’arco vitale, fino all’ultimo respiro (e magari anche oltre…), è probabile che, in procinto di lasciare la vita, troviamo in chi ci accompagna – in questo caso i professionisti sanitari – una correttezza formale, ma che lascia trapelare una distanza emotiva abissale.

Non ci scandalizziamo, né puntiamo un dito accusatore. La chiusura del percorso vitale può avvenire anche nella prosa: la poesia è piuttosto un’eccezione. Come nella vita stessa. La poesia però merita di essere perseguita. Sempre: nella vita come nella morte. Non ci sono ricette infallibili per garantirsi la morte auspicabile.

La spiritualità è la forza interiore che cerca di contrastare la pesantezza della carne, dei sentimenti, dei pensieri. Rimane la nostra più profonda aspirazione, anche quando ci dovesse succedere che il momento più sacro della vita si concluda in un chiacchiericcio insignificante. Come l’immagine interiore di quella rosa che continua a profumare il percorso nell’irrilevanza che è riservato in sorte al morente della “cartolina”.

Dal momento che non si può far a meno di morire, conviene farlo bene. Il bene dell’etica, il bello dell’estetica. Consapevoli però che la bellezza è intrinsecamente fragile.

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