Gli ultimi istanti: la prosa e la poesia

“Qui la fine della primavera e la fine dell’inverno sono più o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a quella rosa, mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo”. Ci voleva la voce di un poeta – si tratta di Franco Arminio nelle sue surreali Cartoline dai morti – per ricordarci quanta banalità quotidiana circonda sovente la liturgia del morire. E’un richiamo molto realistico. Malgrado l’enfasi che mettiamo sull’alto profilo etico e spirituale di una cura che si estenda per tutto l’arco vitale, fino all’ultimo respiro (e magari anche oltre…), è probabile che, in procinto di lasciare la vita, troviamo in chi ci accompagna – in questo caso i professionisti sanitari – una correttezza formale, ma che lascia trapelare una distanza emotiva abissale.

Non ci scandalizziamo, né puntiamo un dito accusatore. La chiusura del percorso vitale può avvenire anche nella prosa: la poesia è piuttosto un’eccezione. Come nella vita stessa. La poesia però merita di essere perseguita. Sempre: nella vita come nella morte. Non ci sono ricette infallibili per garantirsi la morte auspicabile.

La spiritualità è la forza interiore che cerca di contrastare la pesantezza della carne, dei sentimenti, dei pensieri. Rimane la nostra più profonda aspirazione, anche quando ci dovesse succedere che il momento più sacro della vita si concluda in un chiacchiericcio insignificante. Come l’immagine interiore di quella rosa che continua a profumare il percorso nell’irrilevanza che è riservato in sorte al morente della “cartolina”.

Dal momento che non si può far a meno di morire, conviene farlo bene. Il bene dell’etica, il bello dell’estetica. Consapevoli però che la bellezza è intrinsecamente fragile.

Comments 4

  • PatriziaGiugno 21, 2020 alle 09:31

    Salve!
    Nn so se sono ancora in tempo per un commento.
    Anch’io sono un ‘medico di base’, in attività, con una formazione internistica universitaria,; pure io sperimento la difficoltà dello hiatus tra una quotidianità fatta di incombenze spesso banali, anche nel campo della richiesta di salute,e l’abisso sacro del passaggio.
    Quando mi trovo nel momento ho compreso che la maggior parte delle volte è la persona nel cammino che mi fa capire cosa fare e cosa dire e questo fare, che è un fare discreto senza impennate eroiche e fumose, comprende il prendere per mano anche i famigliari e mostrare loro i segni della strada che il famigliare sta percorrendo.
    Richiamo di solito chi parla di sciocchezze che inquinino l’atto della morte, quando siano chiacchiericcio non di paura, nn di dolore ed amore, ma di insofferenza per il proprio tempo che scorre senza essere presente al banco della vacuità.
    Devo dire che ogni volta che affronto, senza preparazione che nn sia quella dell’esperienza, da medico l’approccio al morente nn mi sento mai tranquilla, ho sempre necessità di un momento di raccoglimento e di richiamo alle mie forze interiori prima di entrare, però quando esco mi sento più ricca, sono i morenti che mi insegnano ed ognuno mi ha arricchita di quella moneta che nessuna zecca potrà coniare.

    Essendo di lungo corso, sigh, devo dire che nella mia esperienza di studente specializzanda e dottoranda, percorso qst nn concluso, coloro che mi hanno aiutato per comprendere l’approccio al morente e alla morte sono stati i colleghi ospedalieri. Senza tanti discorsi mi hanno sempre tenuta per mano finché ho imparato anche questo alfabeto. Li ringrazio ancora.

  • ElisoMaggio 29, 2020 alle 14:58

    I professionisti sanitari sono una tribù molto composita. Tra loro vi sono coloro che hanno, più o meno frequentemente, la difficile mansione di far accettare ai loro pazienti l’esperienza della sofferenza ed il presagio della loro morte.
    Io sono stato medico di famiglia dal 1994 al 2020. Nessuno dei medici che lavora clinicamente nell’assistenza pratica al malato è stato formato didatticamente all’esperienza di saper elaborare compiutamente il pensiero della morte che spesso infatti si configura nel vissuto del medico come sinonimo di fallimento, di perdita, di smarrimento. L’assenza pressoché assoluta di una formazione didattica a questa capacità elaborativa si traduce spesso nel medico in una rimozione cognitiva e in un allontanamento fisico del paziente morente o che è in prossimità di questa esperienza. Il medico è portato a decidere, appunto, una conseguente distanza emotiva abissale. Naturalmente si tratta di una distanza difensiva poiché la morte innesca in tutti noi un fisiologico comportamento autoprotettivo nei dintorni di questa dimensione ontologica che contiene una pericolosità senza eguali.
    Lo stile narrativo della propria esistenza procede dentro registri comunicativi che sono espressione del proprio carattere e della propria sensibilità umana. Vi sono narratori lirici capaci di maturare una prosa poetica indimenticabile, lentissima e distesa come lo scorrere inesorabile di un grande fiume e vi sono narratori fulminei capaci di una poesia immediata e profonda come una improvvisa coltellata.
    La spiritualità è capace di linguaggi molteplici, fragili e misteriosi come lo spegnersi di una candela.

  • MarisaMaggio 22, 2020 alle 17:20

    Bellissimo! Non può esserci augurio migliore.

  • Pasquale ValenteMaggio 22, 2020 alle 16:18

    Si, fragile è la bellezza, come può esserlo l’incontro con un grano di mistero. Auguro a te, a noi, di restare in ascolto della bellezza tutto il tempo che resta. Quello che manca al passaggio. Buona Vita.

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