Il missionario delle medical humanities

Una pagina del romanzo di Michele Serra: Le cose che bruciano può aprire una finestra su ciò che capita nel mondo della medicina. Il protagonista del racconto è un ex politico che, disgustato della sua vita precedente, si è ritirato in montagna e vive una rinascita dedicandosi al duro lavoro di coltivare la terra. Un giorno riceve la visita di un missionario di una indefinita comunità religiosa, che cerca di catechizzarlo proclamando che lo Spirito non è “persona distinta da Dio”. E’ facile identificarsi con la reazione del convertendo: distanza, senso di superiorità, tolleranza (nel senso deteriore: perché tutti amiamo essere considerati persone tolleranti, ma detestiamo essere tollerati…).  Tendiamo a difenderci così, quando ci vengono a offrire presunte verità che giudichiamo irrilevanti rispetto alle cose serie e che ci fanno solo perdere tempo.

Senza sforzo possiamo identificarci anche con il missionario, respinto educatamente ma con fermezza. Ho alle spalle una lunga esperienza di questo genere. In ambito medico un’esperienza di questo genere si applica a chi va a proporre, presentandosi di porta in porta, ai professionisti che esercitano la medicina, quei saperi e quelle pratiche che possiamo ricondurre alle Medical Humanities. In altri tempi e in altri contesti questo approccio non scientista e non riduzionista alla cura è stato denominato anche bioetica, oppure umanizzazione della medicina, o personalizzazione delle cure. Tutte qualifiche scivolose, occasioni di malintesi. Le Medical Humanities, proprio perché rivestite di una patina esotica, sembrano l’etichetta più spendibile. La sostanza è comunque la stessa: si tratta di proporre un bilanciamento. Le scienze umane per integrare le scienze naturali, la medicina basata sulla narrazione e l’ascolto accanto a quella fondata sull’evidence (efficacia comprovata con metodi rigorosi) e protocolli derivati.

Le reazioni a questa offerta sono molto simili a quelle che conosce ogni missionario che propone la sua verità settaria. I professionisti che l’incontrano sulla propria strada per lo più tendono a fare un giro largo per evitarlo. Se proprio non possono, reagiranno per lo più con correttezza, ma trasudante senso di superiorità (“La tua merce non mi interessa; ho già quanto mi serve per fare bene il mio lavoro”). Qualche volta sfugge anche una frecciatina ironica (“Fatemi sapere quando avrete guarito una polmonite con la vostra Medicina Narrativa…”). In breve, il missionario, educatamente respinto, va a bussare a un’altra porta. Sperando di intercettare qualcuno che fa già parte del piccolo gruppo dei già sensibili al suo messaggio. Sperimenta così quanto è gratificante predicare ai convertiti. La pratica medica, intanto, continua il suo corso, indifferente alle verità “altre” che le vengono proposte. E il malessere nel mondo della cura continua ad aumentare.

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