La palliazione: uno stupro semantico

Dunque, immagina: uno scrittore si propone di redigere un saggio sulla nostra società. Lo spunto iniziale gli è fornito da una citazione di Ernst Jünger. Non lo conosci? Ti basti sapere che è un autore tedesco, vissuto nella prima metà del XX secolo; molto, molto discusso. È stato combattente della prima guerra mondiale e ha celebrato con toni molto esaltati la guerra stessa. Sulla stessa lunghezza d’onda di Marinetti, che in Italia in quel periodo dava voce al futurismo e della guerra affermava che è “la sola igiene del mondo”. La frase di Jünger su cui il nostro autore si appoggia suona: “La guerra non è solamente nostra madre, è anche nostra figlia. Siamo operai della nostra sofferenza, martiri della nostra fede”. Su questa base, il saggista si sente autorizzato a scagliarsi contro la nostra società, perché si mostra “guerrofobica”. Le tante accuse che si sente in diritto di rivolgerle le riassume nell’aggettivo “pacifica”, che intende sintetizzare tutte le storture della società stessa. Se volessimo contestargli che questo aggettivo non si presta alla strumentalizzazione che ne ha fatto, perché nell’uso linguistico comune ha un significato positivo ed è inconcepibile che la società possa essere criticata con una parola dal significato stravolto, il nostro autore si potrebbe difendere adducendo che ha usato “pacifico” in senso metaforico. Dimmi: a questo punto riterresti che valga ancora la pena seguirlo nei suoi s-ragionamenti? Ne dubito.

Ebbene, l’esempio è inventato. Reale è invece un’altra vicenda letteraria. Un filosofo coreano-tedesco, Byung-Chul Han, intende scrivere un saggio sulla società contemporanea e su vari atteggiamenti che ritiene sbagliati. Parte appunto da una frase di Ernst Jünger: “Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei”. A suo avviso questa sentenza può essere riferita alla società intera. E siccome la nostra società rifugge dal dolore – è “algofobica”, secondo la sua definizione – si sente autorizzato a chiamarla “società palliativa”. Palliativo è dunque l’insulto che le riserva, squalificandola per la sua incapacità di saper valorizzare il dolore. Palliativgesellschaft è appunto il titolo del libro in tedesco. Il traduttore italiano ha avuto qualche esitazione a tradurre, letteralmente, “società palliativa” e ha preferito: La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite (1). A richieste di chiarimento, l’autore risponde che il “palliativo” applicato alla società che critica è un uso metaforico.

L’atteggiamento palliativo nei confronti del dolore, equivalente ad “algofobico”: una metafora accettabile? Scivoliamo qui nel significato delle parole: fino a che punto può essere modificato a seconda delle preferenze di chi le usa? Se ci avventuriamo nel mondo di Alice descritto da Lewis Carrol, possiamo incontrare Tombolo Bombolo, che non ha dubbi: “Quando io adopero una parola, essa ha esattamente il significato che io le voglio dare… né più né meno”. Alice esprime i suoi dubbi: “Bisogna vedere se voi potete fare che le parole indichino cose diverse”. Ma Tombolo Bombolo è irriducibile: “Bisogna vedere chi comanda… ecco tutto” (2). Ma se il filosofo tedesco-coreano non comanda in ambito linguistico, il suo uso di “palliativo” nel senso di “algofobico” è una forzatura abusiva. Fa dire alla parola ciò che non vuole, anzi esattamente il contrario. Possiamo chiamarla anche uno stupro semantico.

Una seconda riserva, oltre a quella linguistica, riguarda il contenuto del saggio in questione: ha a che fare con l’esaltazione del dolore come elemento costitutivo della qualità umana. Non possiamo dimenticare che abbiamo alle spalle un passato in cui il dolore veniva esaltato come condizione per accedere a un livello superiore di esistenza. L’ideologia del dolore come strumento di redenzione e di salvezza è tradizionale in alcuni modi di interpretare e di vivere il cristianesimo. Chiamiamolo pure “dolorismo”. Lo scrittore Christopher Hitchens ha indirizzato i suoi strali polemici contro Madre Teresa di Calcutta, identificandola come la portavoce di questa concezione ai nostri giorni (3). Soprattutto è motivo di turbamento la descrizione delle Case dei moribondi gestite dalla religiosa, deprivate volontariamente di ogni condizione di conforto, a cominciare dalla rinuncia a trattare i morenti con analgesici forti, sempre in nome di una mistica del dolore.

È una concezione che si colloca agli antipodi della cultura che ha creato e diffuso gli hospice come luoghi privilegiati di accompagnamento verso la fine del percorso: contrastando i sintomi dolorosi e rispettando il diverso profilo morale dei morenti. Compreso il quanto e il come vogliono dare spazio al dolore nella loro vita. Anche all’interno della spiritualità religiosa che si ispira al cristianesimo oggi un’esaltazione del dolore come scala per accedere a livelli più alti di autorealizzazione è delegittimata. La creazione di movimenti come i “Volontari della sofferenza” è in dissonanza con la sensibilità del nostro tempo, anche con quella religiosamente ispirata.  Non vorremmo veder riaffiorare una versione laica del dolorismo di impronta religiosa attraverso la deprecazione di una società che combatte il dolore e l’auspicio di una società non più algofobica.

I promotori delle cure palliative non possono che schierarsi in prima linea nel difendere un corretto uso dell’aggettivo che le qualifica. Soprattutto se si confrontano con la consapevolezza di quante difficoltà persistono per chi vuol promuovere l’atteggiamento palliativo nella nostra società e dei ritardi, a più di dieci anni dalla legge 38/2010 che ha sancito il diritto ad accedere alla terapia del dolore, ad avere trattamenti antalgici accessibili per tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale. Parlare di una società “palliativa” in senso denigratorio è analogo all’accusa di società “pacifica” nell’ipotetico saggio con cui abbiamo avviato la nostra riflessione. Per quanto possano essere giustificate eventuali critiche culturali a un evitamento sistematico del dolore, che può condurre a un’esistenza umana caricaturale, non è legittimo gettare ombra su quanto può e deve essere fatto per dar scacco al dolore, quando si accompagna al degrado della vita. Degli esseri umani; ancor più: di ogni animale senziente. Di una cultura che mette tutte le sue risorse – da quelle mediche a quelle culturali, a cominciare dalla capacità di dimostrare vicinanza a chi soffre – per contrastare il dolore non ci dobbiamo vergognare. Al contrario: la difendiamo con fierezza.

Bibliografia

  • Han Byung-Chul La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite. Tr. it. Torino, Einaudi 2021.
  •  Carrol L. Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso lo specchio, Tr. it. Milano, Mondadori 2003.
  • Hitchens C. La posizione della missionaria. Tr. it. Roma minimum fax 2003.

Comments 2

  • MariaritaFebbraio 24, 2021 alle 18:24

    Non ho letto il libro di Byung-Chul-Han, ma credo di aver compreso il significato della parola “società palliativa”: una società che tende ad anestetizzarsi perché “algofobica” e incapace di accettare il dolore e la fragilità umana. Mi sembra una visione molto riduttiva della realtà. In questa pandemia i malati hanno dimostrato di saper accogliere il dolore ed i medici e gli infermieri di saper dare dignità anche all’ultimo respiro dei propri pazienti. Una società umana senza dolore è un’utopia. Il dolore fisico e psichico accompagna il cammino della nostra vita e va sedato e controllato quando richiesto. Ho vissuto molti anni fa la dolorosa esperienza di accompagnare nell’ultimo tratto di vita mia zia e mio fratello. Il concetto di dolore come ascesi non apparteneva al loro pensiero e li ho visti soffrire in modo disumano. La legge 38/2010 era un sogno a quei tempi, ma finalmente oggi è una realtà. E’ stata una legge innovativa che ha permesso veramente di ” dar scacco al dolore” in un’ ottica multidimensionale del malato e delle volontà che lui esprime.

  • FrancoFebbraio 23, 2021 alle 19:11

    Una società umana senza dolore è impossibile, e il fatto stesso che esista una medicina palliative indica la necessità da un lato di contrastare il dolore fisico acuto e cronico, dall’altro di convivere e mantenere dignità, medici e pazienti, di fronte alla sofferenza psicologica connaturata con la finitudine umana, e con l’impotenza della migliore scienza e prassi medica a curare tutto. Bene che di tutto questo non si faccia alcun mistero in una società aperta e non si rinunci a pensare al significato delle parole. Grazie a Sandro Spinsanti

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