La pandemia e i suoi “affetti collaterali”

Sì, lo so: te lo sei ripetuto molte volte negli ultimi tempi. “Basta con questa focalizzazione sulla pandemia da Covid 19. Voglio prendermi una pausa: da mesi non ascolto, non leggo, non parlo d’altro!”. La saturazione è dietro l’angolo. È comprensibile; ma mi permetto di chiederti ancora uno scampolo di attenzione. Lo merita il libro che non nasconde, fin dal titolo, quale sia il suo tema: Emozioni virali (Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2020). Raccoglie le voci di numerosi medici che durante il periodo dell’emergenza epidemica hanno condiviso il loro vissuto in un sito Facebook, al quale erano iscritti più di 100.000 professionisti: “Coronavirus, Sars-CoV2 e COVID 19 gruppo per soli medici”.

Una considerazione preliminare merita il genere letterario al quale l’opera è riconducibile. Possiamo identificarlo come medicina narrativa. Specificando subito, però, che sotto questa etichetta si collocano pratiche molto differenziate. Per intenderci: medicina narrativa sono anche racconti che guardano alle epidemie non dal punto di vista medico-scientifico, ma, appunto, da una prospettiva letteraria. Ci è stato insistentemente ripetuto che, se vogliamo una comprensione allo stesso tempo più ampia e più profonda di come reagiamo, in quanto individui e come società, quando esplodono le epidemie, trarremo un grande beneficio dal rileggere Tucidide, nel suo resoconto della peste di Atene nel V sec. A. C., o i capitoli che Manzoni dedica alla peste di Milano ne I Promessi Sposi, o il romanzo Cecità di Saramago.  Per tacere di quante narrazioni cinematografiche sono state dedicate alle devastazioni causate da malattie che si diffondono epidemicamente e sconvolgono la convivenza civile. Senza svalutare le risposte che ci aspettiamo dal sapere scientifico, non cessiamo di attingere alla saggezza che l’umanità ha saputo produrre con le grandi narrazioni di connotazione estetica.

Di diversa natura sono le narrazioni che provengono dal vissuto stesso di malattia. Non vanno collocate nello scaffale della letteratura, né aspirano ai premi riservati alle eccellenze nate dalla ricerca della bellezza. In inglese questa produzione è raccolta sotto l’etichetta di “misery report”, ovvero di racconti di sofferenza indotta dalle patologie e dai percorsi di cura (misery in questo conteso non significa miseria, bensì avversità, disgrazia, patimento). Se questo tipo di narrazione è sempre esistito, ai nostri giorni è diventato un fenomeno di dimensioni inusitate. Chi si trova ad attraversare il territorio della malattia ha come reazione spontanea quella di prendere la penna per raccontare la sua esperienza e condividerla. O piuttosto ai nostri giorni ricorre al computer: la comunicazione digitale ha moltiplicato le potenzialità offerte dalla scrittura attraverso la stampa. Mettersi online per scambiare con altri il proprio vissuto è oggi la prima opzione per chi incontra la malattia sul suo cammino. È su questo scenario che incontriamo i tantissimi medici che nel gruppo Facebook hanno condiviso ciò che la pandemia li ha costretti a vivere. La “misery” che raccontano è fatta di stress, di turni massacranti, di rischi di contagio; ma anche di tante emozioni: paura, frustrazioni, rabbia, nonché forti sentimenti che trascendono la quotidianità della vita professionale. Con felice invenzione, il libro parla di “affetti collaterali” della pandemia. E fornisce un ampio spettro di questi vissuti.

Il gruppo è servito per condividere informazioni, ma anche per scambiare emozioni. Tra queste merita un’attenzione particolare la fierezza legata all’esercizio della professione di cura. Non è frequente sentir dar voce all’orgoglio di essere medici. Purtroppo anche questa professione fa parte di quelle che, nel giro di una generazione, sono precipitate dall’empireo di un’alta considerazione sociale in uno stato di discredito. Pensiamo anche agli insegnanti, oltre a medici e infermieri, soggetti frequentemente ad aggressioni verbali e talvolta fisiche. Ebbene, è confortante sentire in bocca ai medici che esprimono le loro emozioni fatte emergere dalla pandemia con espressioni come: “Che bella la professione del medico, così vicina all’essenzialità e alla tragicità della vita, così lontana dallo svelarne molti misteri”. O ancora: “Sicuramente il nostro lavoro di medici, il condividere le sofferenze dei nostri pazienti insieme alla gioia smisurata nel constatare le guarigioni rendono la nostra professione la più bella del mondo”. Nessun trionfalismo sotto il troppo decantato profilo di eroi e di angeli: semplicemente una riacquistata consapevolezza, sul terreno di un impegno in condizioni estreme.

A questa emozionante riscoperta del valore – ancor più, della bellezza – della professione medica si accompagna il senso di appartenenza a una comunità curante. Una sezione del libro è intitolata: “Collega mi aiuti?” e raccoglie esperienze di solidarietà, oltre che scambi di informazioni cliniche. Il collega è là non solo per condividere conoscenze e vissuti; il confronto dà corpo al bisogno di appoggiarsi gli uni sugli altri, di condividere gli obiettivi di cura. Con tutte le debite differenze tra gli atteggiamenti individuali che l’emergenza ha portato alla luce. Per evitare l’enfasi retorica con cui sono stati idealizzati i professionisti in prima linea, cade opportuno il richiamo di uno dei medici che ha contribuito al volume al film Platoon di Oliver Stone sulla guerra in Vietnam. Anche in ospedale ci sono, come in quello scenario, quelli che si buttano all’attacco come in una sorte di trance psichica; ci sono i timorosi e i pavidi, nonché i vigliacchi; ci sono gli anziani resi furbi e cinici dagli anni… Ma è insieme che si combatte. E l’appartenere al corpo curante è un valore aggiunto. I “conversanti” nel vasto gruppo Facebook ne hanno fatto esperienza e l’hanno riversata nel libro.  

Anche la dipendenza dal sapere di altri specialisti è un’acquisizione emotiva importante. Perché Covid 19 è una malattia nuova, di cui ben poco si sa. L’appello “Collega mi aiuti”?” lanciato nel gruppo Facebook dedicato al coronavirus acquista il profilo di un timoroso affacciarsi dal bozzolo della propria specialità. Anestesisti e rianimatori, dermatologi e cardiologi, insieme a pneumologi: tutti insieme uniti a raccogliere osservazioni singole, empiriche, per dare una risposta a questa patologia inedita. In assenza di pubblicazioni mediche autorevoli – e anche nel contesto di pareri di esperti in contraddizione tra loro – ci si rivolge ai colleghi per costruire un percorso sulla base di quanto conoscono per esperienza diretta. E anche quei medici che all’inizio hanno la percezione di essere “utili come la forchetta nel brodo” si rendono conto che possono aggiungere le loro osservazioni – cliniche, farmacologiche, organizzative – a quelle dei colleghi, nell’impresa comune. Costruendo insieme una medicina che sempre più sembra profilarsi, nella percezione di molti medici, come a.C. e d.C. (dove C sta per Covid…).

“Ho imparato quanto è difficile fare il paziente. È strano stare dall’altro lato della barricata”: ancora una nuova consapevolezza che emerge dal coro che raccoglie “le voci dei medici dalla pandemia”, come precisa il sottotitolo del volume. Un apprendimento duro, sia per i professionisti che il virus l’hanno ospitato nel loro corpo, sia per coloro che l’hanno incontrato solo come curanti. Mentre le misure di sicurezza imponevano distanziamenti mai visti (gli scafandri e le visiere non sono lontanamente paragonabili ai lunghi becchi, riempiti di profumi, che indossavano i medici durante le pestilenze in epoche remote), si riducevano le distanze emotive. Sembra che si affacci il modello del “guaritore ferito”: una metafora che ci viene dall’antica Grecia riferita al centauro Chirone, ma simbolicamente a tutti coloro che esercitano l’arte medica, per indicare l’intima partecipazione alla fragilità che si intende guarire. In questo caso la ferita del guaritore viene dall’esperienza della vulnerabilità, sia del suo sapere che del suo potere. Una ferita che lo rende non meno capace di guarire ma più efficiente, una volta liberato dalla sindrome di onnipotenza. Benvenuto, quindi, anche questo “affetto collaterale”.

Comments 8

  • ElisoAgosto 6, 2020 alle 15:21

    “Ho imparato quanto è difficile fare il paziente. È strano stare dall’altro lato della barricata”
    E’ senz’altro strano stare dall’altro lato della barricata. Per me, quando successe la prima volta ancora nello scorso secolo, fu come essere al di là dello specchio e vedere molti me stesso alla ricerca di un racconto da poter narrare al paziente che ero io. Non solo, quindi, medicina narrativa, che narra, ma anche esperienza di medicina narrata, raccontata, in qualche modo rivelata, annunciata, effusa. Insomma, la condivisione di un tragitto che si percorre assieme ed entrambi da entrambe le parti dello specchio. Come questa atipica epidemia, che rimbalza tra noi da una parte all’altra dei nostri ruoli e del nostro sapere ma così inafferrabile. Sì, senz’altro strano
    Eliso
    (Eliseo Longo)

  • ElisoAgosto 3, 2020 alle 09:43

    La recensione appena letta mi ha toccato intensamente. Nello scorso mese di marzo, mentre esplodeva la pandemia iniziale, io gestivo il mio studio medico di medicina di famiglia ormai giunto all’ultimo mese dopo 35 anni di ininterrotta attività professionale: da aprile sarebbe iniziata infatti la mia esperienza pensionistica. Nel mio “scafandro” protettivo di visiera, mascherina, guanti e camice a perdere, valutavo clinicamente i rari casi che decidevo di fare accedere all’ambulatorio. Il lavoro si svolgeva principalmente al telefono nell’accudimento dialogico che cercavo di organizzare comunicativamente. Ancora una volta il mio “guaritore ferito” si sarebbe occupato dei miei pazienti, un medico, cioè, invalidato da una fragilità operativa necessaria ma determinato ad una condivisione esperienziale elevata. Nel mio caso, inoltre, si prefigurava un’altra ferita, un abbandono programmato da tempo ed ormai non più procrastinabile quindi un abbandono che Chirone avrebbe dovuto successivamente affrontare nella sua elaborazione di un futuro lutto obbligato. Grazie per questa recensione così profonda!

  • MarinaLuglio 24, 2020 alle 08:20

    Grazie infinite per la recensione e per aver sottolineato alcuni aspetti non ovvi, come “quella di prendere la penna per raccontare …”, il raccontare come mezzo di cura, come se anche chi non si è contagiato si fosse “ammalato” di mille emozioni, tra cui la paura di essere utile come la forchetta nel brodo, la paura di essere un vigliacco …
    Grazie davvero.
    Marina Bianchi

  • CarloLuglio 24, 2020 alle 07:54

    Che bella recensione, ha esaltato in poche righe l’essenza del libro, attraverso gli elementi fondamentali di ognuno dei racconti. Il rapporto “medico-paziente-medico” guaritore e vittima, lucido scienziato ma fragile emotivamente nella sua emotività! Grazie!
    Carlo Farina

  • Federica MarchesiLuglio 24, 2020 alle 07:12

    Una riflessione che è essa stessa uno sguardo narrativo sul tempo vissuto da tutti noi , tempo che si prolunga ancora oggi nelle tante emozioni che ci attraversano . Grazie, onorata !

  • Luisa SodanoLuglio 24, 2020 alle 06:21

    Una recensione che ci onora e che ha interpretato con profondità e sapienza i nostri “affetti collaterali”. Grazie.

  • Maria Gabriella BuzziLuglio 24, 2020 alle 00:09

    Splendido

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