Le perdite alle spalle, l’inatteso di fronte: la narrazione in nostro soccorso

Non capita spesso che un meteorite cada sulla testa di qualcuno, annientandolo. Ma nella sua versione simbolica è la normalità. A Joan Didion il meteorite domestico ha preso forma quella sera in cui, durante la cena, il marito ha improvvisamente chinato la testa sul tavolo: falciato dalla morte, a causa di un ictus. “La vita cambia in un istante. Un normale istante”: è il commento della scrittrice nel libro che riporta l’evento e ciò che ha fatto seguito: L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore, 2008). Un lungo anno che le è stato necessario semplicemente per rendersi conto, in profondità, di quanto era successo e che cosa volesse dire non avere più un marito. C’è voluto un anno di tempo per far emergere alla consapevolezza che il morto non sarebbe più tornato.

Di recente la critica letteraria Marisa Bulgheroni in Stella nera (Il Saggiatore, 2020) ha dedicato un memoir al marito deceduto. Nel suo caso il meteorite ha preso la forma di una “stella nera”, un melanoma che in pochi mesi ha portato alla morte il compagno con cui aveva condiviso una vita intera. La vedova racconta e racconta. Al contrario di Sherazade, che intreccia storie per sfuggire all’appuntamento fatale con il sultano che vorrebbe farla uccidere all’alba, lei racconta perché il marito morto non sfugga. Raccontare la loro vita insieme equivale per lei a richiamarlo nel mondo.

Solo due esempi tratti da quel mare sterminato di racconti che la Medicina Narrativa qualifica come misery report, in italiano “racconti del dolore”. Appurato che, come afferma Marisa Bulgheroni, non esiste una scuola per imparare a elaborare il lutto, perché ogni lutto è diverso, resta vero che la narrazione è una delle strategie messe in atto a questo scopo. Raccontare è spesso l’unico modo per sopportare un dolore. Trovare qualcuno che ascolti è un bisogno fondamentale per chi ha avuto la vita spezzata da una perdita irreversibile. Inversamente, non avere nessuno disposto ad ascoltare può creare un’intollerabile angoscia.

Nessuno scrittore l’ha descritta più efficacemente di Checov nel racconto intitolato, appunto, “Angoscia”. Il protagonista è il vetturino Jonas Potàpov. “A chi canterò la mia tristezza?”: con questa domanda è introdotta la storia, che si svolge in una cupa notte invernale di un’anonima città. Curvo sotto la neve, il vetturino raccoglie malumori e contumelie che gli sono rivolte.

La folla corre e non si accorge di lui, né della sua angoscia. Perché da una settimana il figlio di Potàpov è morto e lui non è riuscito a parlarne con nessuno. Avrebbe cose importanti da dire (“Strana cosa la morte: s’è sbagliata d’uscio… invece di venire da me, è andata da mio figlio”). Vorrebbe una conversazione con metodo: chi ascolta deve dare in esclamazioni, deve sospirare, fare lamenti… Invece nessuno ha tempo e voglia di ascoltarlo. Ogni volta che tenta di avviare il discorso viene bruscamente tacitato. Non gli resta, alla fine della giornata, che rivolgersi all’unico essere vivente che ha accanto: la sua cavalla:

La cavalla mangia, ascolta e soffia sulla mano del suo padrone … Jona si commuove e racconta tutto a lei.

Ci piace vedere nei gruppi di ascolto e di mutuo aiuto, che vanno sorgendo per l’elaborazione del lutto, un felice prolungamento dell’inconsapevole aiuto che la docile cavalla di Potàpov ha dato al suo padrone, in quella gelida notte dell’inverno russo.

Uno scenario diverso è quello che si apre quando la caduta del meteorite non è alle nostre spalle, ma costituisce una prospettiva futura. Un ampio e articolato saggio dedicato a questa situazione è proposto da Luigi Colusso: Di fronte all’inatteso. Per una cultura del cordoglio anticipatorio (Erikson 2020). Non si tratta solo delle emozioni che scattano quando si prospetta la fine della propria vita o di quella delle persone alle quali siamo legati, senza dimenticare gli animali di compagnia, che hanno un posto di grande rilievo per tante persone anziane e sole. L’incombere della morte suscita tumulti profondi (sempre supposto che si opti per la consapevolezza: le strategie per rimanere inconsapevoli sono numerose e ben praticate…).

Gli eventi oggetto di attenzione da parte del cordoglio anticipatorio e che si collocano davanti a noi, nel loro mix di previsione e imprevedibilità, coprono un ventaglio molto più ampio delle emozioni che scatena la prospettiva della morte. Attingendo liberamente dal campionario di situazioni, previste da Colusso, che possono incombere su di noi: si manifesta improvvisa l’indicazione clinica di asportazione di utero/ovaie in una donna ancora fertile; arriva o si sospetta la comunicazione di una disabilità di un figlio; c’è la minaccia di avviso di sfratto o di trasloco; si profila un pensionamento anticipato o la perdita del lavoro; si coglie l’inizio certo dell’allontanamento affettivo di una persona cara; è in programma un intervento chirurgico cui seguirà una dialisi permanente, una stomia intestinale, un’alterazione estetica sentita come importante; segnali di declino della forza, del vigore, dell’attrazione sessuale, o semplicemente la prospettiva della menopausa… L’elenco delle situazioni problematiche nelle quali possiamo essere portati dal fluire della vita può essere allungato all’infinito. La metafora fondamentale alla quale appoggiarci è diversa dal meteorite; più appropriata quella proposta dall’autore:

La vita è come una barca che discende un fiume veloce, a volte tumultuoso, con rapide e cascate, con tratti lenti, percepiti come monotoni. Impossibile fermare la barca, conviene piuttosto viaggiare con qualche mappa, se possibile insieme con buoni compagni di viaggio, e cercare di indirizzare lo scafo per evitare gli scogli più pericolosi. Fornirsi di bussola/GPS, buoni remi, salvagente… insomma avere strumenti adatti è una buona strategia per arrivare al termine naturale del viaggio, padroneggiando per quanto possibile gli eventi.

È questo che si propone il cordoglio anticipatorio. Chi lo propone, come un servizio alla persona, vuol fornire un aiuto per stare nel futuro, anticipando i sentimenti provati da chi accoglie nella mente la prospettiva che accadranno eventi indesiderabili, sgradevoli, catastrofici, che cambiano la vita. Si tratta di un’attività professionale specifica? Colusso, che pur ha a lungo praticato il cordoglio anticipatorio in diversi contesti, a questo proposito resta piuttosto evasivo; lo dichiara “compatibile con approcci professionali diversi, senza entrare in conflitto con essi”. A qualcuno può evocare Esercizi spirituali e filosofia antica, di Pierre Hadot, che ha fornito ispirazione per la riproposta, ai nostri giorni, del counselling filosofico.

Purché non si intenda il counselling, a orecchio, come la pratica di fornire buoni consigli… Le soluzioni appropriate per i nodi problematici in cui possiamo venire a essere incastrati non sono quelle che altri, più saggi e lungimiranti di noi, presumano di indicarci. Devono nascere da noi stessi, in armonia con i nostri valori e la fisionomia che abbiamo dato alla nostra vita. Aiutarci a trovare noi stessi le nostre risposte: è questo e non altro lo scopo del counselling. Lo stesso possiamo dire del cordoglio anticipatorio. Il colloquio è la risorsa fondamentale per attivare questa forma di aiuto; la strategia può ridursi a cambiare mano a mano la domanda che la persona, in ambascia per ciò che incombe, si sta ponendo.

Per questo motivo chi vuol praticare il cordoglio anticipatorio, come per qualunque forma di counselling, deve sottoporsi a un apposito percorso formativo. Magari cominciando col disimparare la facile disponibilità a impartire consigli. Ai fini della formazione di un buon consulente in contesti di cordoglio anticipatorio il libro di Luigi Colusso si presenta come un esigente manuale, ricco di esemplificazioni e procedure.

Fuori dall’ambito di qualsiasi psicoterapia, il cordoglio anticipatorio non richiede di aderire a schemi teorici e a regole pratiche. Il suo strumento privilegiato rimane la narrazione: puntata verso il futuro, aperta, condivisa in un colloquio. Narrare, anticipando gli eventi che cambiano la vita. “Non sei veramente fregato finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla” (Alessandro Baricco). Raccontare per rimanere in piedi – qualcuno preferisce dire resilienti – in quella barca che discende, a scossoni, il fiume della vita. Fin quando il fiume sfocerà nel grande mare che ci attende alla fine. Una narrazione accolta non solo da pazienti cavalli che ruminano la biada, ma da altri esseri umani che sanno praticare l’ascolto come forma fondamentale della co-umanità.

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