Riflettendo sulla spiritualità: Perché e come

  • Chi è Sandro Spinsanti e come può essere definito il suo profilo professionale?

Mi sono più volte immaginato la scena che, considerata la mia età, è tutt’altro che improbabile. Più o meno felicemente deceduto, mi presento davanti al tribunale di san Pietro e subisco un rigido interrogatorio: “Sandro Spinsanti, che hai fatto tu nella tua vita?”. Cercando di far bella figura, mi sono preparato a rispondergli che mi sono occupato di bioetica e che ho contribuito, con pubblicazioni e innumerevoli corsi di formazione, a rendere consapevoli i professionisti sanitari – e i cittadini – che le regole per valutare la buona medicina, e più in generale la cura, distinguendo le pratiche corrette da quelle scorrette, sono cambiate e i comportamenti hanno bisogno di un radicale adeguamento.

Non nascondo che la scena immaginata mi suscita anche motivi di apprensione. Se san Pietro considererà la pratica corrente del cosiddetto “consenso informato” (quella caricatura burocratica che è un’irrisione dell’autonomia della persona malata) come il risultato del mio impegno, temo secoli di purgatorio… Certo, sosterrò a mia difesa che non è questa l’innovazione che la bioetica che ho promosso intendeva favorire: aveva ben altre aspirazioni e obiettivi.  Soddisferà la mia risposta il guardiano della vita eterna? Me lo auguro!

  • Qual è il progetto della bioetica, al quale ha dedicato la vita?

In genere la bioetica evoca scenari di pratiche nuove e problematiche, nei quali ci trasporta il progresso della medicina e delle tecnologie biomediche. Pensiamo alla procreazione assistita nelle sue innumerevoli varietà di interventi, alle modifiche del genoma, agli interventi estremi per prolungare la vita anche in forme vegetative o per interromperla. È quella che potremmo chiamare bioetica di frontiera. Parallelamente a questa esiste la bioetica del quotidiano. È una pratica di cura che si ispira a criteri diversi dal passato. Vale non solo per un trapianto di organi di alta ingegneria biomedica, ma per qualsiasi banale intervento terapeutico.

 La differenza con l’etica che ha sempre ispirato la medicina consiste fondamentalmente nel fatto che la buona cura della modernità esige l’ascolto del malato, la sua informazione, il suo consenso ai trattamenti. Mentre in passato ciò che doveva esser fatto per la cura veniva deciso dal medico “in scienza e coscienza” – era quindi una decisione autoreferenziale; tutt’al più il terapeuta doveva rendere conto al sapere scientifico condiviso -, ora la persona interviene come co-decisore. Le scelte vanno fatte con il malato, non sul malato. È un cambio di paradigma epocale, perché in passato ascolto e informazione da parte del curante erano complementari e auspicabili, ma tutto sommato opzionali; ora invece sono elementi costitutivi della buona medicina. In loro assenza la cura manca di una dimensione essenziale, qualunque sia l’esito dal punto di vista clinico.

  • Di questo si è occupato l’Istituto Giano da lei fondato e diretto?

L’immagine di Giano è evocativa e simbolica in modo trasparente. La divinità creata dagli antichi romani aveva, con i due volti, la capacità di guardare in due direzioni opposte. Ebbene, è proprio questa duplicità che va individuata e valorizzata nella medicina. Il sapere e il potere ai quali facciamo ricorso quando siamo malati deve guardare contemporaneamente verso le scienze naturali e verso le scienze umane. Perché la persona è un mix dove confluiscono biologia e valori, tessuto corporeo e relazioni sociali. Per rispondere al  bisogno dei cittadini che abitano la cultura del nostro tempo la medicina deve ricorrere sia a ciò che ci viene dalle scienze esatte, sia alle conoscenze che derivano da psicologia, sociologia, diritto, etica, teologia, ossia quell’insieme di saperi che viene chiamato in inglese Medical Humanities. Nella congiunzione dei due punti di vista l’Istituto Giano è stato attivo: con riviste (Janus. Medicina: cultura, culture), con pubblicazioni, con corsi di formazione. Finché la pratica della cura non avrà integrato i due aspetti, sarà zoppicante. E alimenterà nei cittadini un senso di scontentezza, che rischia di tramutarsi in aggressività: benché ricevano tanti trattamenti medici, quanti mai sono stati disponibili nelle società del passato, non si sentono curati.

  • Adottando la prospettiva delle Medical Humanities non abbiamo bisogno di giustificare l’interesse per la spiritualità: vi sta di casa a pieno diritto.

Esattamente: non si deforma lo sguardo medico se la si introduce; al contrario, si impoverisce la cura quando la si esclude.

  • Diamo così diritto di cittadinanza in medicina a realtà che abitualmente non vengono considerate, come ad esempio la famiglia e la preghiera?

Ampliando il concetto stesso di famiglia, siamo invitati a reagire al riduzionismo biomedico, che tende a prendere in considerazione solo la dimensione biologica che sta alla base della patologia e nei casi estremi vede solo l’organo malato (è quell’atteggiamento che ci suscita ribellione quando nei contesti ospedalieri la persona scompare e i malati vengono degnati per organi o patologie: “L’infarto della camera 21”…). Le relazioni sociali sono invece parte costitutiva del nostro star bene o star male, possono essere risorsa su cui contare o carenza da supplire.

Considerazioni analoghe possono essere fatte sulla preghiera. Naturalmente nessuno auspica un ritorno a ospedali gestiti da religiosi dove si veniva convocati per una messa obbligatoria o si richiedeva ai malati che si confessassero e si comunicassero se volevano aver accesso alle cure… La preghiera a cui facciamo riferimento, in senso ampio, è quella che nasce sia da una spiritualità che si nutre di religione, sia quella di stampo non religioso o laico. Sentirsi o no parte di un tutto più ampio; aspirare o no a una pienezza che trascende miserie e limiti che ci caratterizzano; avere o no una speranza; tendere o no la mano verso “benigne potenze” fedelmente e tacitamente presenti (per utilizzare le parole della preghiera che il teologo Dietrich Bonhoeffer ha composto nel carcere dove i nazisti l’avrebbero impiccato): tutto ciò fa la differenza nel percorso della cura.

  • Lei ha pubblicato di recente Questioni di vita & di morte. È un libro rivolto a medici e infermieri o a tutti coloro che saranno chiamati un giorno al gran passo?

L’interlocutore è chiunque voglia mettersi in discussione: terapeuta, curante, caregiver e naturalmente ogni candidato a percorrere l’ultimo tratto di strada.Perché è diverso cercar di andare incontro alla fine con consapevolezza, oppure fare di tutto per convincersi che la morte riguarda altri, ma non noi. Questa considerazione è veicolata da quel segno che, nel titolo, sta tra la vita e la morte: &. Si chiama “e commerciale”; se vogliamo, possiamo affermare che c’è un intimo commercio tra le due realtà. In particolare la consapevolezza e la volontà di co-decidere le modalità della fine strutturano il morire in modo determinante. Escluse le morti improvvise e per incidenti, oggi si muore per lo più in braccio alla medicina. La lunghezza e la qualità di “vita & morte” dipenderanno da quanto si decide di attivare o di omettere sul piano degli interventi terapeutici. Etica (cioè la qualità del vivere e del morire che dipendono dai nostri valori) e spiritualità sono profondamente intrecciate.

  • Quale sarà la sua prossima pubblicazione?

Il libro che è in cantiere – è in fase avanzata di lavorazione editoriale: l’uscita è prevista dall’editore, Il Pensiero Scientifico, per l’inizio del prossimo mese di febbraio – avrà come tema proprio la spiritualità nel percorso di cura. Lo sguardo sarà più ampio rispetto a quello che considera solo il contesto clinico e il legame tra vivere e morire, come la precedente pubblicazione. Propongo un’accezione di cura sovrapponibile al nostro stesso stare sulla terra. Sulla terra in punta di piedi: è questo il titolo del libro. Non potendo più calcare la terra da padroni, dobbiamo adottare un atteggiamento rispettoso, il più leggero possibile, perché solo mettendoci sulla punta dei piedi e innalzandoci verso l’alto abbiamo qualche chance di sopravvivere. Dedicando le nostre cure gli uni agli altri, nei rapporti di intimità come in quelli sociali; nella cura della vita in tutte le sue forme, comprese quelle animali e vegetali; prendendosi cura dei viventi quando diventano fragili, ricorrendo alle professioni di cura e alla pietas, si delinea appieno quella spiritualità che permetterà all’umanità di ridefinire i propri comportamenti e conseguire la sua piena realizzazione. Perché per sopravvivere abbiamo bisogno di sopra-vivere. Alzandoci appunto sulla punta dei piedi.

Comment 1

  • GiorgioDicembre 25, 2020 alle 15:38

    L’età con il parsllelismo eticità e maturità che fanno rima con esteticità (brutto ma efficace…) ti migliorano nei contenuti e nella forma (anche quella fisica). Anch’io sto scrivendo un libro, ma mi ci vorranno un paio di anni. Vuoi sapere come si intitolerà ? Chiedimelo!

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