Se l’aiuto al suicidio bussa alla porta della medicina

Sommario

Nell’etica medica tradizionale l’aiuto al suicidio non ha avuto diritto di cittadinanza: Il medico escludeva azioni di questo genere dall’ambito dei comportamenti compatibili con la deontologia professionale. La spinta verso una modifica della legislazione in senso permissivo e alcune sentenze assolutorie hanno indotto i vertici ordinistici in Italia a deliberare che, a certe condizioni, non debbano essere comminate sanzioni disciplinari ai medici che favoriscono il suicidio assistito ( 6 febbraio 2020). Questo scenario costituisce una sfida per la professione medica. La domanda di morte va interpretata. Soprattutto acquista rilievo la “pianificazione condivisa delle cure”. E diventano preziose le ricerche epidemiologiche e sociali relative alla richiesta di suicidio assistito nelle malattie cronico degerative.

Notevoli le diverse fisionomie che assume il suicidio nelle diverse traslocazioni: dallo scenario antropologico (Albert Camus: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio”) al contesto sanitario (l’intollerabilità della vita in certe condizioni, rese possibili dalla tecnologia bio-medica anche in condizioni di progressiva perdita di facoltà umane); dagli interrogativi etici (la rinuncia alla sopravvivenza va qualificata come un deficit di moralità e censurata, o rispettata come forma suprema di autodeterminazione?) a quelli politico-giuridici (siamo pronti in Italia a depenalizzare il suicidio assistito, così come è avvenuto in altri Paesi, senza che abbia preso consistenza la “slippery slope” – la china scivolosa – paventata da chi vuol continuare a mantenere questa pratica esclusa dal nostro contesto sociale?).

Quando Camus attribuiva la suprema importanza filosofica al suicidio indicava anche il motivo della sua centralità: ci rimanda alla questione se la vita meriti o no di essere vissuta. Concentrando la richiesta di morire, come avviene ai nostri giorni, sulle condizioni cliniche di sopravvivenza, si attua una restrizione di campo. Certamente DJ Fabo ha fatto il viaggio di sola andata in una clinica svizzera, perché giudicava intollerabile la sopravvivenza che la medicina era riuscita ad assicurargli. Probabilmente né lui, né coloro che hanno accondisceso al suo desiderio erano consapevoli che la luce verde al suicidio assistito è stata originariamente concessa in territorio elvetico per motivi non medici. Quando ancora la medicina era ben lontana dal garantire le sopravvivenze al puro livello biologico, succedeva che chiedessero di morire persone il cui onore era stato irrimediabilmente compromesso. La tolleranza della legge nei confronti di coloro che li aiutavano nel transito verso la morte affonda le radici in una concezione della vita invivibile diversa da quella che predomina ai nostri giorni. Ma sullo sfondo c’è la stessa figura: un giudizio sulla qualità e la dignità della vita che promana dalla persona stessa, piuttosto che da una società impersonale.

La richiesta di morire per non vivere nel disonore ai nostri giorni può sembrare quasi una stranezza. Non lo è invece quella che nasce in ambito sanitario: con tutte le differenze da persona a persona, si può capire che ci siano dei limiti oltre i quali qualcuno ritiene che sia meglio morire. Rimane tuttavia una richiesta che, oltre a suscitare quel senso di distanza che può nascere tra “stranieri morali”, turba per la sua ambiguità. La domanda: “Dottore, mi faccia morire” suscita molteplici inquietudini. Un primo interrogativo: da dove proviene? Possiamo immaginarla come una protesta che nasce da un mancato trattamento palliativo che si prenda cura del dolore e dei sintomi che accompagnano la condizione cronico-degenerativa. Oppure come una tacita sfida che equivale a: “La mia vita importa ancora a qualcuno?”.

Le risposte non possono che essere differenziate, a seconda del significato recondito che attribuiamo alla domanda. Più ardua è l’ipotesi che dietro alla richiesta ci sia una vera e propria sazietà di vita. Viene in mente l’espressione biblica riferita alla morte dei patriarchi Abramo e Isacco, dei quali si dice che chiusero l’esistenza terrena “sazi di giorni”. La tendenza più diffusa è di svalutare questo tipo di domanda, considerandola indice di un cedimento morale o psicologico. Lo potremmo considerare il “comma 22” delle cure palliative. Il celebre romanzo omonimo di Joseph Heller vuol mettere in ridicolo le assurdità della guerra in generale e della vita del soldato in particolare. Il protagonista è costretto a scoprire la trappola burocratica che gli impedisce di sottrarsi alle missioni di volo, nelle quali rischia ogni volta la vita. Quando chiede l’esenzione, gli viene contrapposto il comma 22 del regolamento militare: se un pilota è pazzo, può essere esentato dal volo; ma se uno chiede di essere esentato non è veramente pazzo. Nelle cure di fine vita il comma 22 potrebbe essere così riformulato: se una persona è mentalmente sana può chiedere che si ponga fine alle sofferenze che giudica insopportabili, procurandole la morte; ma se una persona fa questa richiesta, non è mentalmente sana: è depressa! Perciò va curata e la sua richiesta non va ascoltata.

La seconda questione in questo scenario è appunto: che cosa fare, quando qualcuno chiede di morire? Siamo di fronte alle incertezze giuridiche – etiche – deontologiche relative al suicidio assistito. Le norme legali – se e quando verranno – non potranno mai esimere da un ascolto e da un’interpretazione della domanda. Con il doveroso rispetto dell’autodeterminazione della persona che si trova a vagare nei confini estremi dell’esistenza umana: potrebbe rivolgere una richiesta che non capiamo, ma che non per questo è priva di senso. Per questo motivo tra le due modalità previste dalla legge 219/2017 per le decisioni di fine vita – Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) e pianificazione condivisa delle cure – è senz’altro la seconda la più adatta a cogliere la complessità delle scelte e l’eventuale rifiuto di una sopravvivenza diventata peso insostenibile. L’ascolto e l’interpretazione della domanda è la condizione indispensabile per portare quella ruvida richiesta – sconcertante da un punto di vista umano, ma soprattutto sconvolgente per chi esercita una professione di cura – dentro un ambito in cui può acquistare senso.

Rivista: “Recenti Progressi in Medicina”, 2020, n. 11, pp. 279-280.

Bibliografia

Smith D.H., Perlin S.: Suicide, in Reich W. (a cura di) Encyclopedia of bioethics, 1978, pp. 1618-1626.

Calabresi G., Bobbit Ph.: Scelte tragiche, tr. it. Giuffrè 2006.

Comitato Nazionale per la Bioetica: Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito, 2019.

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