Un progetto di salute gastro-centrata

La pandemia da covid 19 ci ha sconvolto. Ci è franata addosso come una minaccia globale: non solo alla nostra salute, ma anche alla socialità, al modo stesso di vivere. La risposta non può consistere nell’aspirazione a chiudere la parentesi e tornare come prima, ma nel mirare a una “salute globale”: diverso rapporto con l’ambiente, un altro modello di vita sociale, di organizzazione sanitaria. Di medicina. E quindi di formazione dei professionisti della cura. Una sfida epocale.

Attingere ispirazione da quella pratica medica che è rivolta a esplorare quanto avviene nel profondo delle nostre viscere – la gastroenterologia – è una sfida nella sfida. Potremmo giustificarla invocando la definizione del nostro intestino come un complesso “secondo cervello” (Michael Gershon). Il primo cervello di fronte alla pandemia ha clamorosamente fallito: sapevamo tutto e non abbiamo capito niente. Può essere ragionevole dare una chance al secondo. L’approccio gastroenterologico all’innovazione può essere invocato anche per un audace antecedente: l’esperimento di un “Canale parallelo romano”, proposto a metà degli anni ’90 nella facoltà di medicina dell’università La Sapienza dal gastroenterologo Aldo Torsoli. Un modo diverso di guardare al lavoro di cura e al compito di formare i professionisti del futuro. La formazione alternativa ideata per formare i medici di domani era radicata nelle Medical Humanities e nella narrazione; l’obiettivo era “contribuire alla ri-umanizzazione dell’assistenza sanitaria e contrastare la pervasione tecnologica cui si rischia di essere assoggettati, regredendo dal genuino status di medici per trasformarsi in semplici mediatori di particolari tecnologie”: in questi termini era formulato il progetto, che prevedeva anche una nuova didattica centrata sul “problem solving”.

Sogni di una notte di mezza estate, destinati a lasciare la stessa traccia di una stella cadente? Se non abbiamo paura del rischio, possiamo osare di più: centrarci sull’intestino per disegnare non solo una nuova modalità di cura, ma un nuovo modello di vita sana. A questo punto lasciamo l’approdo sicuro della disciplina medica per lasciarci guidare dalla parola “gastrimargia”, che mette il ventre in bella mostra, anche se non nel senso della specialità clinica. La parola viene da lontano: la dobbiamo a un monaco del IV secolo, Evagrio Pontico. Volendo insegnare un modo di vivere agli antipodi dai vizi, puntava il dito accusatore, tra le altre espressioni del mal vivere, sulla gastrimargia. Nelle semplificazioni catechistiche successive è stato identificato con il vizio della gola. Ma la gastrimargia sotto accusa è ben più del piacere di mangiare perseguito come scopo, quasi una debolezza da gourmet. Si tratta di mettere un limite alla follia del ventre, inteso come simbolo del consumo a tutti i costi.

 Il nostro nemico è un modo patologico di rapportarci al mondo materiale che ci sostiene: di produrre e di consumare. Lanciando il sasso della gastrimargia nello stagno dello stile di vita che la pandemia ha messo in discussione vediamo allargarsi diversi centri concentrici: dalla depredazione ambientale allo sconvolgimento del clima e alle migrazioni da questo indotte; dai cambiamenti alimentari connessi a un maggior consumo di prodotti animali alla forbice dell’ingiustizia sociale che si va allargando tra coloro che dispongono delle risorse naturali e i vecchi e nuovi poveri. Tutto è connesso; la salute è sono una particella di questo complesso organismo. E se gli asceti avevano come obiettivo la terapia dei vizi, ovvero delle malattie spirituali, noi possiamo intendere il contrasto della gastrimargia come una terapia rivolta al mal-vivere tout court. Non saremo mai sani se il nostro ventre cresce a dismisura e non conteniamo la nostra avida ricerca di “sempre di più”.

È il caso di invocare un modello di salute iscritto dentro il vasto contesto della “decrescita felice” proposta da Serge Latouche: una qualità della vita che non dipenda dal Pil; una salute veramente globale, dove il distanziamento tra ricchi e poveri venga sistematicamente contrastato, opponendosi al predominio di un’economia criminale; un’ umanità che sappia ascoltare il grido della Terra, consapevole – per mutuare le parole di papa Francesco nell’indimenticabile liturgia del 27 marzo in una piazza san Pietro deserta – che è un’illusione pensare di “rimanere sani in un mondo malato”. Un nuovo modello di salute che si rapporti alla vita a partire da un centro, ma entro l’orizzonte di un limite. Né più né meno che il cammino verso la Grande Salute. Che ieri era facoltativo, oggi è obbligato: se vogliamo sopravvivere, dobbiamo super-vivere.

Non sarà eccessivo – ci domandiamo infine – concentrare nel ventre la sfida globale che l’umanità deve affrontare, contrastandone quella follia che assume le forme della gastrimargia? Non sono di questo avviso coloro che, sulla scia di Umberto Galimberti (I vizi capitali e i nuovi vizi), sostengono che “si potrebbe assumere la sola storia dell’alimentazione per capire, più di quanto non ci faccia capire la storia delle guerre, che cosa è stata davvero la storia umana”. E che cosa sarà la storia del futuro, se l’umanità ridefinirà i propri comportamenti in modo da averne uno.

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