Il meno che contiene il meglio

Istruzioni per rendersi infelici: è dagli anni 80 che Paul Watzlawick ci pungola con questo libro. Continuiamo a leggerlo per convincerci che la nostra infelicità dipende da noi, e che la costruiamo inconsapevolmente. La ricetta di maggior successo in questo senso è formulata da Watzlawick come “Sempre di più la stessa cosa”. Ovvero: se le cose vanno male, riproviamoci; con sempre maggior impegno e più energia, invece di cambiare gioco. Infelicità garantita.

 La ricetta vale non solo nelle scelte che facciamo nella vita personale, ma anche sulla scena pubblica. Ce ne ricordiamo dopo la catastrofe dell’epidemia da Covid 19, sul punto di ripartire. Rifaremo le stesse cose, dal punto di vista sanitario, oppure cambieremo le regole del gioco? Alcune richieste sembrano andare nella prima direzione. Per esempio la domanda di più risorse, di maggiori investimenti economici nella sanità; con il rischio che la formula “Sempre di più la stessa cosa” ci garantisca il fallimento futuro.

Già in passato un gruppo di clinici illuminati ha lanciato la formula “Less is more”, proponendo di individuale le più frequenti pratiche inutili o dannose da evitare, piuttosto che aumentarle. Certo, la formula è ambigua. Perché, come ricordava Lisa Rosenbaum nel New England Journal of Medicine, talvolta meno vuol dire di più, talvolta di più vuol dire di più, e spesso non sappiamo quando vale l’uno o l’altro. E soprattutto la magica formula “Less is more” non equivale in medicina a fare il meno possibile, ma cercare – nell’incertezza – la giusta misura. Ovvero l’appropriatezza, scegliendo con saggezza. “Choosing Wisely” si è denominato appunto il movimento internazionale che ha fatto proprio il suggerimento.

“Fare di più non significa fare meglio”, come Slow Medicine ha tradotto il motto in Italia. Nella formula il centro di gravità è costituito dal “meglio”, piuttosto che da ciò che si aggiunge o si toglie                 dall’insieme delle cure. Guardando retrospettivamente i comportamenti sanitari nei giorni più convulsi della pandemia, il piatto della bilancia è parso pendere piuttosto sul “più” che sul “meglio”. Prolungare la vita dei malati, a qualsiasi costo, fare tutto il possibile, è sembrato l’obiettivo unico. A scapito della comunicazione con il malato e i familiari. Tecnologia al massimo, parole al minimo.

Nella direzione del riequilibrio è istruttivo che tra le raccomandazioni che Choosing Wisely rivolge ai medici in relazione ai trattamenti da offrire ai contagiati ci sia: “Non intubare pazienti fragili senza aver parlato con i familiari riguardo alle direttive anticipate del paziente, ogniqualvolta è possibile”. Nella stessa direzione si muove il documento congiunto di alcune società scientifiche di medici rianimatori, infermieri ed esperti di urgenza-emergenza su “Come comunicare con i familiari in condizioni di completo isolamento” (18 aprile 2020).

È questa attenzione alla persona che contiene il “più” di cui abbiamo bisogno in futuro. Forse non una ricetta garantita per la felicità; ma certamente una buona indicazione per evitare l’infelicità che la concitazione dei trattamenti nell’emergenza della crisi ha aggiunto a quella provocata dall’epidemia.  

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